LICENZA DI DERUBARE: MENTRE NOI PAGHIAMO LE TASSE, I “FURBETTI” CI RUBANO IL FUTURO

Di Liliana Comandé

Basta girarci intorno: il nostro lavoro è diventato un percorso a ostacoli per persone oneste, mentre tutto intorno a noi il settore è stato regalato ai furbi, agli abusivi e ai ciarlatani del web. Noi paghiamo, loro incassano

Mentre noi, agenti di viaggio, passiamo le giornate a lottare con la burocrazia, a pagare fideiussioni, Fondo di garanzia, Responsabilità Civile per proteggere i nostri clienti, a versare contributi, tasse comunali e assicurazioni obbligatorie, là fuori c’è il Far West.

Migliaia di sedicenti “esperti”, “coordinatori di community”, persone nei gruppi di single, viaggiatori in compagnia e influencer dell’ultima ora, organizzano viaggi di gruppo alla luce del sole e imperversano indisturbati sui social.

Vendono pacchetti su Instagram e Facebook senza avere uno straccio di licenza, senza un’assicurazione RC e senza versare un euro di tasse allo Stato.

Parliamoci chiaro, siamo rimasti gli ultimi fessi della fila. Mentre noi passiamo le giornate a incastrare voli, pagare polizze, aggiornare registri e versare fior di quattrini in tasse, il turismo italiano è diventato il regno del “faccio come mi pare”.

Il circo dei social: tutti “esperti” con i soldi degli altri.

Basta aprire Instagram o Facebook. È pieno di influencer, blogger e “coordinatori di gruppi” che vendono viaggi come se fossero noccioline.

Hanno una licenza? No.

Hanno un’assicurazione che copre il cliente se succede un casino? Nemmeno per sogno.

Pagano le tasse su ciò che incassano? Non scherziamo.

Questi signori caricano decine di persone su un aereo e partono, intascando soldi puliti mentre noi dobbiamo giustificare ogni centesimo allo Stato.

Siamo arrivati al paradosso. Mentre le agenzie di viaggio e i tour operator seri combattono contro una burocrazia asfissiante e costi di gestione folli, il mercato viene saccheggiato da una massa di improvvisati del web.

È ora di smetterla di chiamarli “creatori di contenuti” o “organizzatori di community”: se vendono pacchetti turistici senza licenza, senza assicurazione e senza garanzie, sono solo degli abusivi e niente più.

Non parliamo solo di piccoli extra, ma di un sistema parallelo fatto di guide improvvisate, strutture ricettive fantasma e operatori che ignorano ogni standard di sicurezza e fisco.

La vera rabbia, però, non nasce solo dalla concorrenza sleale. Nasce dall’impotenza. Imprenditori e professionisti onesti passano ore a documentare irregolarità, inviando dossier dettagliati alle associazioni di categoria e alle autorità competenti. Il risultato?

Spesso il nulla cosmico.

Ci chiediamo spesso: ma se li vediamo noi, perché non vengono visti dagli altri che dovrebbero intervenire?

In fondo è una realtà che è sotto gli occhi di tutti, tranne di chi dovrebbe controllare.

Spesso sono profili Instagram patinati, migliaia di follower e il solito annuncio: “Parti con me! Posti limitati per il mio viaggio di gruppo”.

Peccato che dietro questi sorrisi da copertina non ci sia un’agenzia, non ci sia un direttore tecnico e, spesso, non ci sia nemmeno una fattura.

Questi personaggi organizzano itinerari, incassano quote e gestiscono logistica senza avere la minima qualifica legale. È un insulto ai professionisti che hanno studiato, pagato fideiussioni e ottenuto licenze.

Com’è possibile che basti un hashtag per sentirsi autorizzati a calpestare le Leggi dello Stato?

La verità è che lo Stato sta permettendo a chiunque abbia un cellulare in mano di distruggere il nostro mercato.

Ma se succede un problema durante un viaggio organizzato da un abusivo, chi paga? Nessuno! Ma se succede a noi, siamo finiti!

Se hai un’attività regolare, la legge ti bracca. Se sbagli il colore di un cartello o ometti un codice su un portale, la sanzione è immediata, certa e salata.

Lo Stato sa esattamente dove trovarti perché sei l’unico che gioca secondo le regole.

Ma se sei un fantasma fiscale che gestisce dieci appartamenti in nero o un influencer o un privato che porta 10/20 persone in India (o altrove) senza alcuna copertura legale, sei invisibile.

Anzi, sei  “smart”.

Cosa dobbiamo fare? Smettere di pagare le tasse? Chiudere le agenzie e aprirci un profilo Instagram per vendere anche noi viaggi in nero?

Perché è questo il messaggio che sta passando: l’onestà in Italia è diventata un handicap competitivo.

E non finisce qui. Il sottobosco si allarga nei gruppi Facebook e negli altri social, dove pseudo-coordinatori e “appassionati” mettono in piedi veri e propri business turistici paralleli.

Operano alla luce del sole, convinti di essere intoccabili perché “lo fanno per passione”.

La passione non giustifica l’evasione fiscale. La passione non protegge il turista se succede un incidente.

Dove sono la Guardia di Finanza e la Polizia Postale? Come possono questi individui pubblicizzare attività illegali su piattaforme pubbliche senza che nessuno bussi alla loro porta?

Se una segnalazione documentata non produce un intervento immediato, lo Stato sta abdicando al suo ruolo di garante della legalità.

Continuare a tollerare l’abusivismo significa condannare a morte il turismo legale e umiliare chi, ogni giorno, sceglie la strada (sempre più difficile) dell’onestà.

In fondo, l’abusivismo nel settore turistico oltre a svilire la professionalità di chi opera nel rispetto delle regole, è una piaga che danneggia anche l’economia perché è soprattutto lavoro in nero.

Ma la rabbia è anche verso le alcune Associazioni di Categoria. Le segnalazioni  vengono fatte: link, screenshot, nomi e cognomi di persone che vendono abusivamente.

E cosa riceviamo in cambio? Avete i nomi, avete le prove, perché questi profili sono ancora online a vendere viaggi abusivi? 

Mentre voi monitorate, le nostre aziende perdono clienti e il mercato viene distrutto da chi non paga un euro di tasse e non garantisce mezza tutela al consumatore.

Se noi non riusciamo ad arrivare alle autorità competenti, chi ci può arrivare (con autorità) se non voi che ci rappresentate?

Se la legge è opzionale, allora lo sia per tutti

Se lo Stato sceglie di ignorare chi opera illegalmente sui social, sta ufficialmente dichiarando che la legalità è un optional per fessi e noi ci stiamo sentendo tali.

Se non proteggiamo noi stessi e le nostre licenze, tra pochi anni saremo costretti a chiudere per colpa di chi fa i video su TikTok o su altri social.

Non vogliamo più “osservatori sull’abusivismo” o “tavoli di confronto”.

Basta con le parole. Vogliamo i fatti:

Controlli a tappeto sui pagamenti tracciati di chi organizza viaggi sui social.

Chiusura immediata delle pagine e dei profili abusivi.

Multe che facciano passare la voglia di scherzare con la nostra pelle.

Onestà non significa essere fessi.

O si oscurano queste attività e si colpiscono gli abusivi del web con sanzioni esemplari o il settore, se continua così, è morto.

L’onestà non può essere il bancomat dello Stato mentre gli altri ci ridono in faccia e denigrano il nostro lavoro.

Non si può lavorare con tranquillità sperando che non avvenga una catastrofe, una guerra, una nuova pandemia.

Abbiamo già chi sta erodendo il nostro lavoro da anni.  Fra Ota, operatori e guide estere, che si pubblicizzano direttamente sul web e sui social, non ci servono questi altri  abusivi.

Ne abbiamo abbastanza di questa concorrenza sleale!