
Dalla trappola psicologica delle tariffe stracciate che azzerano la percezione della qualità, al fenomeno dei senior in ostello.
Analisi di un mercato drogato che produce masse di viaggiatori, ma distrugge il valore reale dei territori
Di Liliana Comandé
Il low cost non ha solo abbassato i prezzi, ha intaccato il valore percepito del viaggio perché quando un volo per Barcellona o Londra costa meno di una pizza Margherita e una birra media, scatta un cortocircuito psicologico. Il passeggero non percepisce più la complessità, il rischio e il costo reale di spostare un corpo umano a 10.000 metri d’altezza in totale sicurezza, vede solo un biglietto che costa meno di una cena. Di conseguenza, si aspetta che tutto il resto (hotel, guide, agenzie) debba costare in proporzione.
Perché siamo arrivati a questo? La “missione” del risparmio
Il mercato è stato falsato da una combinazione di fattori psicologici e tecnologici:
Principalmente dalla trappola dell’algoritmo. I motori di ricerca e i comparatori online (Skyscanner, Booking, ecc.) hanno abituato il cliente a un unico filtro mentale: “ordina dal prezzo più basso”. La qualità del servizio, l’assistenza h24 e la competenza del professionista non hanno un filtro cliccabile.
Poi dal concetto del viaggio come bene di consumo usa-e-getta. Il turismo è passato dall’essere un’esperienza speciale e pianificata all’essere un “prodotto da scaffale”. Se costa come un panino, posso anche permettermi di rischiare che il servizio faccia schifo. Tanto, male che vada, “ho speso poco”.
Se ne potrà uscire fuori? Sì, per forza di cose (la fine del low cost puro)
La risposta è sì, se ne uscirà, ma non per un improvviso sussulto di coscienza dei consumatori, bensì per cause strutturali ed economiche. Il modello “volo a 9,99 Euro” sta già morendo per tre motivi:
I costi reali sono insostenibili. Carburante, tassi di interesse, manutenzione e carenza di personale stanno costringendo anche le compagnie low cost ad alzare le tariffe base o a monetizzare ogni singola cosa (il bagaglio a mano, il posto, il check-in). Il “prezzo di un panino” sta già scomparendo.
Il fattore Overtourism e la transizione green. Le città europee sono sature. Molte destinazioni stanno introducendo ticket d’ingresso, tasse di soggiorno altissime e tetti ai posti letto per scoraggiare il turismo “mordi e fuggi” che non lascia ricchezza ma distrugge il territorio. Inoltre, le normative ambientali sui voli aerei aumenteranno i costi dei biglietti nei prossimi anni.
La saturazione del disservizio. Molte persone stanno iniziando a stancarsi di viaggiare come merce. Cancellazioni improvvise senza assistenza, ore al telefono con i chatbot, hotel che non corrispondono alle foto. C’è una fetta di mercato che sta tornando indietro, cercando protezione.
Come se ne può uscire fuori?
Dal lato dell’offerta (agenzie, tour operator, consulenti), non si esce da questa palude inseguendo il prezzo più basso, ma cambiando radicalmente narrazione.
Smettere di vendere la destinazione e iniziare a vendere il “Paracadute”. Un sito web ti vende una camera a New York. Un professionista ti vende la certezza che, se c’è un overbooking o un volo cancellato alle 3 del mattino, qualcuno risponde al telefono e risolve il problema. La qualità si dimostra quando le cose vanno male.
Focalizzarsi sullo “Slow Travel” e sull’esclusività. La chiave cercare e proporre itinerari che non sono replicabili con un click su un portale di massa. Se l’esperienza è unica, il prezzo passa in secondo piano.
Educare il cliente al “Costo Reale”. Spiegare chiaramente che dietro un prezzo troppo basso c’è sempre un costo nascosto: sfruttamento del lavoro, zero flessibilità, penali nascoste o qualità scadente. Nessuno regala niente.
Purtroppo il mercato è stato drogato da vent’anni di prezzi irreali che hanno creato clienti viziati e diseducati. Ma la ruota sta girando. Il futuro del turismo non sarà per tutti “il prezzo più basso”, ma si spaccherà sicuramente in due, da un lato un turismo di massa sempre più standardizzato e frustrante, dall’altro un ritorno al viaggio di qualità, dove il cliente paga volentieri il giusto prezzo pur di riavere indietro il suo tempo, la sua serenità e la dignità del viaggio.
Cosa ha creato il cosiddetto viaggiare Low Cost:
Il brivido del letto a castello a sessant’anni. Se il low cost cancella anche i confini generazionali
Abbiamo cinquantenni, sessantenni e persino pensionati che viaggiano con lo zaino in spalla, prenotano sui portali low cost e scelgono gli ostelli. Quello che una volta era il classico viaggio “zaino in spalla” riservato agli studenti universitari e ai trentenni in cerca di avventura, oggi è diventato trasversale. Perché succede? E, soprattutto, cosa c’è dietro? Ci sono due facce di questa medaglia, una romantica e una decisamente più problematica per il mercato.
Oggi l’età anagrafica non corrisponde più a quella biologica o mentale. Molti sessantenni si sentono (e sono) in piena forma, sono digitalizzati e rifiutano l’idea del vecchio “viaggio di gruppo della parrocchia” o del tour organizzato tutto incluso.
Vogliono sentirsi giovani, dinamici e integrati.
Negli ostelli moderni (che spesso sono belli, con camere private e design curato) cercano l’atmosfera internazionale, la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con ragazzi di vent’anni e quel senso di libertà che la vita quotidiana o i circuiti tradizionali non offrono più.
La faccia problematica. Le “braccine corte” senza confini d’età
Qui torniamo al punto di prima, ed è la nota dolente. Molti viaggiatori senior scelgono gli ostelli o i servizi ultra-low cost non per filosofia, ma per pura avarizia o per il brivido del risparmio fine a se stesso, pur avendo un conto in banca che permetterebbe loro ben altro.
È quella che nel settore viene chiamata la “sindrome del risparmio compulsivo”.
Persone con buoni stipendi o pensioni sicure che passano le notti a caccia del volo a 19 euro, che viaggiano senza bagaglio per non pagare il supplemento e che scelgono la camerata comune.
Il problema enorme nasce quando queste persone – che hanno l’età e le pretese di un adulto, ma pagano la tariffa di uno studente – pretendono i servizi di un hotel a 4 stelle.
Il cortocircuito per gli agenti di viaggio e le strutture
Questa “giovanilizzazione” forzata crea dei “mostri” commerciali. Gli agenti di viaggio si trovano davanti clienti di 65 anni che dicono: “Ma mio nipote è andato a Londra spendendo 50 euro, perché lei me ne chiede 500?”. Non capiscono che il nipote ha dormito in un letto a castello con altre 11 persone, ha mangiato pane e tonno e ha camminato per 20 chilometri sotto la pioggia senza lamentarsi.
Quando il sessantenne prova a fare lo stesso, spesso finisce male, si lamenta della schiena, del rumore, del check-in online che non funziona, del fatto che nessuno gli porta le valigie.
Anche qui, c’è una via d’uscita?
Sì, ed è la segmentazione. Gli ostelli stessi se ne stanno accorgendo e stanno alzando i prezzi delle camere private, creando aree “adults only” o vietando l’accesso ai minori di una certa età (o ai maggiori, in alcuni rari casi).
Ma la verità è che le low cost hanno fatto un lavaggio del cervello intergenerazionale. Hanno convinto il ragazzo di 20 anni, il manager di 40 e il pensionato di 70 che il prezzo “giusto” per viaggiare sia lo stesso per tutti: il più basso possibile. Finché non capiranno (spesso a loro spese, con un terribile mal di schiena in un letto a castello) che la comodità e l’assistenza hanno un valore, continueremo a vedere questa caccia al ribasso.
Ma quanta ricchezza producono davvero i turisti delle low cost?
La risposta breve è: pochissima, e spesso producono più costi vivi per la comunità che reali guadagni per l’economia locale.
È il grande inganno del turismo di massa moderno. Per anni le amministrazioni locali e le compagnie aeree hanno celebrato il “boom di arrivi” come sinonimo di ricchezza. Oggi, i nodi sono venuti al pettine. Analizziamo i dati reali di quello che questo tipo di turista lascia sul territorio:
Il turista da “panino e birra” (che sia un ventenne o un pensionato in modalità risparmio) applica una spending review feroce su ogni aspetto del viaggio:
Alloggio. Dorme in ostelli, camerate o Airbnb low-cost troppe volte abusivi. Spesso queste strutture pagano pochissime tasse locali e i profitti finiscono a grandi piattaforme estere.
Ristorazione. Compra il cibo nei supermercati o si rifugia nel fast food di catena. Evita i ristoranti tipici, le botteghe storiche e i caffè del centro, che sono quelli che mantengono vivo il tessuto economico locale.
Attività. Preferisce attrazioni gratuite, non ingaggia guide turistiche locali, non compra artigianato. Il suo souvenir è una foto su Instagram.
La ricchezza evapora all’estero…
Gran parte dei soldi spesi per un viaggio low cost non entra mai nel paese visitato. Il costo del biglietto aereo va alla compagnia (spesso con sede in Irlanda, o Ungheria), la commissione dell’alloggio va a multinazionali americane o olandesi. Al paese di destinazione restano letteralmente le briciole.
I costi nascosti, chi paga per loro?
Se un turista spende 30 euro al giorno ma consuma risorse pubbliche, quel turista è in perdita per la città. Un flusso enorme di viaggiatori low cost comporta:
Gestione dei rifiuti. Tonnellate di spazzatura in più da smaltire nei centri storici.
Logistica e trasporti. Mezzi pubblici saturi, usura delle strade e dei monumenti.
Sicurezza e sanità. Maggiore necessità di forze dell’ordine e pronto soccorso.
Tutti questi servizi sono pagati con le tasse dei cittadini residenti. In pratica, i residenti stanno sussidiando le vacanze dei turisti low cost.
La distruzione del turismo di qualità
Questo è il danno più grave a lungo termine. L’invasione dei turisti low cost genera overtourism. Quando una città è invasa da una massa urlante che bivacca sui gradini dei monumenti con un trancio di pizza al taglio, il turista alto spendente (quello che spende 500 euro a notte in hotel, va nei ristoranti stellati e compra nei negozi del centro) scappa.
Il turismo low cost, quindi, non solo non produce ricchezza, ma scaccia quella vera, standardizzando le città, che si riempiono di negozi di souvenir di plastica e minimarket tutti uguali.
In conclusione
Il turista low cost è un’illusione statistica. Fa numero nei report degli aeroporti, ma impoverisce i territori. Estrarre valore da chi ha fatto del “non spendere” la propria filosofia di vita è semplicemente impossibile.
Se ne esce solo quando le destinazioni avranno il coraggio di dire: “Non ci interessa quanti siete, ci interessa chi siete e come rispettate la nostra terra”.
Ma la vedo molto dura!