Di Liliana Comandé

Eccoci di nuovo alle prese con accadimenti che vanno oltre la nostra immaginazione, la nostra assoluta contrarietà, il nostro desiderio di vivere in pace e di dire basta alle guerre, basta al terrorismo, basta a tutto ciò che mette a repentaglio la vita di esseri umani, vittime innocenti di menti malate, di interessi economici, di giochi politici che noi, persone “normali” e al di fuori da certe incomprensibili realtà, aborriamo.

La guerra contro l’Iran, nonostante quest’ultimo non avesse alcuna intenzione di iniziarla contro Israele e Stati Uniti, si è ritrovata ad essere improvvisamente bombardato.

Distruzioni, altri morti, altri esuli, altre tensioni internazionali, ripercussioni sui costi del carburante e, a breve e sicuramente, anche su tutto ciò che acquistiamo per vivere.

Le ripercussioni sul nostro settore le abbiamo già viste (e vissute) sin dall’inizio e ancora le stiamo vedendo e vivendo.

Meno facile è la previsione di quanto questo conflitto durerà e quante piccole aziende riusciranno a sopportare questo nuovo contraccolpo.

Le parole (ovvero, le minacce) di Trump ci avevano fatto temere qualcosa di brutto ma, onestamente, speravamo in una risoluzione diversa.

Dal conflitto di Israele sui territori di Gaza e su quelli del Libano, abbiamo sempre esorcizzato la paura di trovarci nuovamente in un mare di guai.

Guai dai quali il turismo si era appena ripreso dopo la batosta del Covid.

Durante l’estate del 2005 ci eravamo illusi che pian piano tutto sarebbe rientrato nella normalità.

E per normalità intendo quella buona ripresa del turismo che avrebbe permesso alle persone (milioni di individui) impiegate nel settore di ricominciare a sperare (finalmente)  in un futuro di tranquillo lavoro.

Ma avevamo fatto, come si suol dire, i conti senza l’oste.

La speranza si è trasformata, nuovamente, in pessimismo ed ora in rabbia per l’impossibilità di gestire una situazione negativa che non dipende assolutamente da noi.

Siamo spettatori impotenti

Ma tutto è precipitato quando c’è letteralmente caduta in testa la tegola dello spauracchio della guerra preventiva (ma preventiva di cosa?).

Abbiamo sinceramente confidato in un ripensamento da parte di quegli Stati che la guerra la volevano fare a tutti i costi.

Ma sembra che certi Stati la guerra ce l’abbiano nel DNA e non ne possano fare a meno, soprattutto quando gli interessi economici superano quelli per i quali si dichiara di volerla iniziare.

Diciamo che i problemi della libertà dei popoli, senza che ci sia autodeterminazione e che si cerchi di ottenerla per mezzo di bombe, non è mai un buon sistema (e non è più credibile).

Inoltre, ne abbiamo già viste troppe per credere a queste “favole”.

Abbiamo anche sperato, o ingenuamente sognato, che i paesi europei si facessero coraggio (o tirassero fuori qualche altra cosa) e sconfessassero tutto ciò che sta facendo il Presidente americano assieme al Primo Ministro israeliano.

Non ci si può alzare la mattina e decidere di bombardare un paese senza consultare il Congresso americano…ma, a quanto pare, sembra che tutto sia permesso e nessuno muova un dito per fermarlo.

Quanti morti innocenti si dovranno ancora contare?

Quanto tempo dovremo aspettare prima che un altro paese che “sta sulle scatole” – ma noi sappiamo il perché – a quel qualcuno, subisca un attacco, questa volta neppure preventivo?

Noi assistiamo impotenti a queste guerre come se fossimo spettatori di un film già visto e del quale temiamo nuovamente le conseguenze.

Ora temiamo nuovamente come la peste che si avveri ciò che accadde con la guerra in Iraq, con le Torri Gemelle ecc… e in parte si sta avverando.

In molte persone è tornata la paura di viaggiare e, come sempre, a farne le spese in prima persona è il turismo.

 

Un timore diverso

Si parte o non si parte…questo il dilemma che sta bloccando nuovamente la macchina turistica.

Negli italiani la paura di partire è tangibile ma con motivazioni diverse da quelle post 11 settembre.

Non più il timore di attentati ma la trepidazione di trovarsi lontano dalle famiglie in caso di guerra o di trovarsi bloccati in aeroporti per giorni senza la certezza di rientrare presto nelle proprie case..

E infatti la frase ricorrente che si stanno sentendo rivolgere gli agenti di viaggio è la seguente: ”Ma se si allargasse il conflitto e chiudessero gli spazi aerei, noi come potremo ritornare in Italia?”.

Certamente non sempre le risposte degli agenti riescono a tranquillizzare e a convincere alcuni clienti a partire e, al momento, si avverte una certa stasi non solo per le destinazioni degli Emirati Arabi e del Medio Oriente.

Purtroppo, ne stanno facendo le spese anche destinazioni che non c’entrano niente con il conflitto e che si trovano da tutt’altra parte del mondo.

Di nuovo è un gran brutto segno, anzi pessimo, per un settore che si era ripreso piuttosto bene.

Di nuovo c’è il timore di non farcela a superare un altro periodo di crisi (lungo o corto, chi può saperlo?).

Contare sugli aiuti governativi?

Anche se intervenisse il Ministero del Turismo bisognerebbe vedere quando e quanto potrebbe aiutare il settore.

Noi siamo qui che continuiamo a fare il nostro lavoro con serietà e coscienziosamente.  

Abbiamo fatto rientrare tutti i nostri clienti che erano rimasti bloccati negli aeroporti degli emirati e abbiamo aiutato a rientrare anche qualche “fai da te”.

Non siamo né eroi né vogliamo medaglie, vogliamo essere considerati per quello che siamo.

Lavoratori-professionisti che amano un lavoro che, a dispetto di tanti altri – è il primo che si ferma quando ci sono guerre o epidemie.

A volte, sui social, leggiamo commenti di gente “piccola piccola” che ci augura di chiudere.

Forse non si rende neppure conto di quante migliaia di persone sono impiegate in questo settore.

Noi non auguriamo a nessuno di chiudere perché il turismo è composto da gente di pace, perché la parola stessa turismo è strettamente legata a quella della pace.

Aspettiamo che qualcuno rinsavisca e la smetta di “giocare” sulla vita degli altri.