Ecco, questo era un mio articolo di fondo del 2003, ben 23 anni fa…

Bene, se al posto della Sars ci mettiamo la guerra nel Golfo non mi sembra che il risultato di tutto ciò che ho scritto cambi.

Non vi sembra che le mie vecchie considerazioni siano ancora attuali?

 

Ieri le torri gemelle, poi l’Iraq, ora la Sars,…e domani?

Se fossimo superstiziosi diremmo senz’altro che la “jella” si è abbattuta sul settore turistico, ma non lo siamo e ciò che sta avvenendo da nel turismo non ha niente a che vedere con malefici o “jatture”. Prima l’11 settembre, poi la guerra in Iraq, ed ora la Sars, ovvero il virus killer che viene dalla Cina, hanno evidenziato tutta la fragilità del comparto turistico. Un’industria importantissima, che impiega milioni di persone, ma che sta sopravvivendo faticosamente in quest’altalenante situazione di poche certezze e molte paure. Mai come adesso questo colosso ha dimostrato di avere i piedi di argilla e tutti gli eventi che si sono succeduti con una rapidità impressionante hanno incominciato a sgretolarne le fondamenta. Nonostante gli sforzi degli imprenditori – piccoli e grandi che siano e appartenenti a tutti i comparti turistici – l’entusiasmo per la professione, l’ottimismo mai venuto meno in una rapida ripresa, la capacità di rinnovarsi inventando nuove strategie di marketing o programmando nuove destinazioni, resta il fatto indubitabile che è diventato veramente arduo e deprimente andare avanti in queste condizioni, così poco confortanti.

 

Il turismo è legato a troppi fattori esterni

Riflettendoci bene crediamo proprio che nessun altro settore commerciale – dall’11 settembre 2001 ad oggi – abbia subìto così gravi ripercussioni come quello turistico. Ma non è solo dall’attentato alle torri gemelle di New York che il mondo turistico sopporta questi parossismi. L’andamento del turismo, infatti, è strettamente legato anche ai ritmi della vita economica e sociale. Qualche esempio banale? Si avvicina il periodo del pagamento delle tasse? Se si corrisponde quando dovuto allo Stato, ecco che psicologicamente ci si sente più poveri e, quindi, non si parte. Le famiglie hanno i figli che vanno a scuola? Allora si parte soltanto quando le scuole sono chiuse per le festività o per le vacanze estive. In televisione viene dato l’annuncio di un incidente aereo? Per un po’ di tempo il traffico dei passeggeri diminuisce. Si parla di viaggi truffa e di T.O. disonesti? Ma diamine, lo sanno tutti che gli italiani sono padroni delle lingue estere e, quindi, in grado di affrontare qualsiasi situazione all’estero. E allora basta eliminare l’intermediazione dell’agenzia dettagliante, acquistare un volo in Internet e ci s’improvvisa con la massima tranquillità nei classici “turisti fai da te”. Ma non è finita. Avviene un attentato in un paese islamico? Basta cancellare dalla lista dei possibili paesi da visitare proprio tutti quelli i cui abitanti professano la religione islamica, oppure rimandare – a data da destinarsi – il viaggio. E ancora: le previsioni del tempo non sono ottimali per effettuare un soggiorno al mare o in montagna o trascorrere un week end in una città d’arte? Anche in questo caso – se non si è ancora prenotato nulla – la soluzione è sempre la stessa: si rimanda il viaggio.

Sembra strano, ma c’è sempre quel filo sottile che lega gli eventi al turismo, anche i più stupidi, penalizzandolo.

 

Fa tutto paura

Fra gli ultimi esempi di danno al turismo si può prendere quello relativo alla psicosi degli italiani all’annuncio della guerra in Iraq. Per più di un mese la gente ha avuto timore di spostarsi dall’Italia e dalla propria casa. E non solo l’area del Medio Oriente è stata disertata dai nostri turisti, ma tutto il resto del mondo. Però, non appena hanno superato il timore di attentati (visto che non ne erano avvenuti), gli italiani hanno iniziato timidamente a mostrare la loro voglia di muoversi. A quel punto gli operatori, piuttosto preoccupati per il perdurare della crisi, hanno tirato un grosso sospiro di sollievo ritenendo che l’emergenza fosse finalmente finita. Purtroppo sbagliavano…

 

La Sars e la sicurezza

Si dice che non c’è due senza 3 e, sfortunatamente, il 3 si è presentato nel peggior modo possibile. Ciò che sta accadendo da troppi mesi sembra quasi una “storia infinita”, un incubo dal quale ci si vorrebbe svegliare ma non è possibile farlo. Questa volta qualcosa di più subdolo, di più pauroso, sta rallentando di nuovo la macchina turistica. La Sars o polmonite atipica ha riaperto rapidamente le porte alla parola ‘paura’. E questa volta non ci sono armi convenzionali da temere ma un invisibile virus che fa ancora più spavento. Come di consueto i nostri telegiornali ci ‘bombardano’ quotidianamente con informazioni catastrofiche che sembrano quasi dei bollettini di guerra. Ma gli allarmismi (troppe volte esagerati) hanno fatto innalzare, automaticamente, una barriera fra noi e l’Oriente in generale. E così, dopo il Medio Oriente, adesso sono ‘out’ anche i paesi dell’area che riteniamo più pericolosa perché più vicina alla Cina, paese dal quale si è propagato il virus. A fare le spese di questa malattia, però, c’è anche il Canada perché alcuni suoi abitanti hanno contratto la polmonite e sono deceduti. Ma se da un lato è comprensibile che ci si faccia prendere dal timore di recarsi nelle zone definite dall’OMS ‘a rischio’, ci domandiamo perché faccia paura, ancora una volta, muoversi al di fuori dell’Italia. Il mondo è fortunatamente grande e ci sono destinazioni totalmente sicure dove non si è verificato nessun caso di Sars. C’è, dunque, tanta possibilità di scegliere mete dove trascorrere in tutta tranquillità le proprie vacanze.

 

Cos’è la sicurezza?

Ma l’informazione ha molto potere sulle persone altrimenti come spiegare che, all’improvviso, paesi super-visitati dai nostri connazionali siano ora disertati per il solo fatto di trovarsi in Oriente? E perché mai pensiamo di essere al sicuro solo nelle nostre città e non altrove? Chi può assicurarci, infatti, che il nostro vicino in metropolitana, in autobus, al cinema o a teatro non sia un malato di Sars oppure abbia una qualsiasi altra malattia virale? Eppure anche in Italia abbiamo avuto i nostri malati di Sars, ma non per questo pensiamo di essere in pericolo o sconsiglieremmo ai turisti stranieri di venire in Italia. Credo che ormai tutti noi dobbiamo fare i conti con questo e con altri tipi di problemi legati alla cosiddetta globalizzazione. Ritengo che non ci sia più nessuno che possa sentirsi al sicuro, neppure dentro le quattro mura della propria casa. È inevitabile a questo punto che si debba diventare più fatalisti e non ci si debba far prendere dal panico più del dovuto. Certo, andarsi a cercare i problemi non è intelligente né saggio, ma lo è altrettanto se il panico diventa il padrone dei nostri pensieri e delle nostre azioni.

E poi…proviamo a pensare al numero dei morti di Sars in Cina, o altrove, rapportandoli però al numero dei suoi abitanti. A mente fredda, e senza l’angoscia delle notizie radiofoniche o televisive, non ci sembra forse che ne muoiano di più per le polmoniti cosiddette ‘normali’ o per gli incidenti stradali?

Auguriamoci, comunque, che venga presto trovato un vaccino in grado di contrastare questa nuova malattia, ma nel frattempo pensiamo a come agire compatti per fronteggiare non solo questa situazione di emergenza, ma quelle che, purtroppo, si ripresenteranno in futuro. Il mondo non ha frontiere per le malattie virali e questo è lo scotto che dobbiamo pagare alla modernità.

Però l’unione fa la forza, ma l’unione del mondo del turismo dove sta? Vogliamo tentare di mettere da parte le beghe personali, il finto prestigio, il finto potere e reagire compatti allo stato critico del momento?

Liliana Comandè