Di Liliana Comandé
La situazione nel Golfo nel marzo-aprile 2026, segnata dall’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, sta provocando una grossa crisi all’industria del turismo globale.
Non si tratta solo di una crisi locale, ma di un “effetto domino” che ha colpito i costi e la logistica a livello mondiale.
Nonostante la crisi che abbiamo sempre lamentato, i dati del 2025 avevano mostrato un settore in salute.
Al momento gli esperti ritengono che la domanda di viaggio resti, ma che si stia verificando una ricollocazione geografica: i paesi lontani dal conflitto (come Spagna, Portogallo o le Americhe) assorbiranno i flussi che normalmente sarebbero stati diretti verso il Mediterraneo orientale o l’Asia via Golfo.
Queste sono le conseguenze del conflitto che abbiamo osservato in queste settimane:
Il blocco degli Hub e dei voli in quanto il Medio Oriente funge da snodo cruciale per il traffico aereo tra Occidente e Oriente.
Cancellazioni di massa: solo nelle prime settimane di marzo 2026 sono state registrate oltre 5.000 cancellazioni di voli.
Chiusura degli spazi aerei: le restrizioni nei cieli di Iran e aree limitrofe hanno messo in crisi gli hub di Dubai, Abu Dhabi e Doha, che gestiscono circa il 14% del transito globale.
Rincari dei biglietti: l’aumento del prezzo del petrolio – il greggio ha superato i 115 dollari al barile – e la necessità di rotte più lunghe per evitare le zone di guerra hanno fatto schizzare i prezzi dei voli, in alcuni casi raddoppiandoli su rotte strategiche.
In Italia si stima una perdita potenziale di oltre 120 milioni di euro per le agenzie di viaggio italiane, con circa 15.000 cancellazioni già effettuate per il periodo pasquale con un valore economico esposto di circa 50 milioni di euro. Circa 4 milioni di italiani solo per Pasqua hanno rinunciato alle mete esotiche o agli scali nel Golfo preferendo destinazioni domestiche o europee considerate (percepite) come più sicure.
Effetto psicologico: anche le prenotazioni per l’autunno e l’inverno 2026 stanno subendo un forte rallentamento e i viaggiatori tendono a prenotare piuttosto sotto data o a rimandare le decisioni a lungo termine.
Lo spostamento del turismo dal lungo al medio raggio, però, sta portando alla perdita del mercato più redditizio per gli operatori sia incoming che outgoing in quanto I conflitti tendono a scoraggiare i viaggiatori alto-spendenti – soprattutto americani e asiatici – verso l’Europa e il Mediterraneo, e gli italiani verso le mete a lungo raggio soprattutto per la paura di avere problemi nel rientro in Italia.
Per le gli agenti di viaggio non si tratta più di saper vendere una destinazione attrattiva ai propri clienti, ma di saper garantire la percezione di stabilità di mete in un mondo geo-politicamente instabile.
Una sfida piuttosto difficile.
Vendere una destinazione in un clima di tensione geopolitica richiede un equilibrio delicato tra trasparenza etica e capacità di rassicurazione. Il cliente del 2026 è informato, ma spesso sovraccaricato da notizie allarmistiche e anche cercare di minimizzare i rischi in maniera approssimativa può distruggerne la fiducia.
Oggi non si vende più solo un viaggio, ma una garanzia di annullamento. Bisogna essere pronti a proporre anche assicurazioni che includano la clausola di annullamento per qualsiasi motivo documentabile o per mutato scenario bellico (controllare il mercato delle assicurazioni) e a proporre pacchetti che permettono il cambio meta o di data senza penali fino a pochi giorni dalla partenza (gli operatori dovrebbero mettersi d’accordo con i corrispondenti all’estero per mettere queste clausole scritte nei contratti in tempi di conflitti).
In conclusione, in questi mesi la guerra del Golfo non sta fermando totalmente il turismo mondiale, ma lo sta rendendo molto più costoso e imprevedibile. Sta spostando la ricchezza dai grandi hub del Medio Oriente verso mercati occidentali più protetti e sta rendendo questo settore sempre più incerto e in balìa degli eventi di ogni genere.
Nonostante la stanchezza e la paura di non farcela sia piuttosto comprensibile, la storia del turismo ha dimostrato una resilienza straordinaria. Dopo ogni grande crisi — dalla pandemia alle precedenti tensioni internazionali — il desiderio delle persone di scoprire il mondo torna sempre più forte di prima.
Si deve sperare? Sicuramente non si può fare altro, come sempre, e credere sempre più che oggi il ruolo degli agenti di viaggio è cambiato: ormai si è gestori del rischio e sarti dei sogni.
In fondo, questa professionalità e resilienza è ciò che protegge le agenzie dalla chiusura, perché se si aspettano gli aiuti dello Stato…allora…