Di Liliana Comandé
Non c’è proprio limite al peggio. In un Paese che si riempie la bocca di “turismo come petrolio d’Italia”, lo Stato continua a gettare sabbia negli ingranaggi di chi quel petrolio lo estrae ogni giorno con fatica. L’ultima trovata? La ritenuta d’acconto sulle provvigioni. L’ennesimo “pizzicotto” fiscale che, sommato agli altri, sta diventando un vero e proprio strangolamento per il nostro settore.
Immaginate di vendere un servizio, di faticare per chiudere un pacchetto e, al momento di incassare la vostra già risicata provvigione, vedervela decurtare immediatamente.
La logica è tanto semplice quanto perversa: lo Stato ha fame di cassa e decide di “anticipare” le tasse sulle provvigioni ancora prima che l’agenzia possa effettivamente goderne.
E proprio quando il settore del turismo si trova a navigare nuovamente in brutte acque, succede che arriva l’ennesima mazzata burocratica a ricordarci che, per lo Stato, le agenzie di viaggio non sono imprese da tutelare, ma bancomat da spremere. La ritenuta d’acconto sulle provvigioni non è niente altro che un meccanismo che si traduce in un solo modo per chi sta dietro al bancone: meno liquidità e più scartoffie.
Non bastavano l’Iva, i margini ridotti all’osso dalla concorrenza online e l’aumento dei costi di gestione. Ora le agenzie devono subire anche il prelievo forzoso alla fonte sulle proprie spettanze. La logica è perversa: lo Stato ha fame di soldi subito e decide di “chiedere un anticipo” sulle tasse future delle imprese, drenando risorse vitali nel momento esatto in cui vengono incassate.
Per un’agenzia di medie e piccole dimensioni, questo significa trovarsi con il cash-flow azzoppato proprio quando ogni centesimo serve per coprire le spese operative.
Oltre al danno economico, c’è la beffa gestionale. Ogni ritenuta d’acconto è un granello di polvere che inceppa il lavoro quotidiano.
In che modo? Con una contabilità da incubo. Bisognerà “inseguire” i fornitori per le certificazioni, incrociare dati, correggere errori altrui. Praticamente avremo ore perse a verificare che il tour operator o il fornitore di turno abbiano versato correttamente quanto trattenuto.
Inoltre, i commercialisti chiederanno parcelle più salate?
Cos’altro? I costi indiretti. Avere più ore dedicate alla burocrazia significano meno ore dedicate al cliente. E chi paga per questo tempo perso? Ovviamente, l’agente.
C’è altro? Certo! La trappola del credito d’imposta. Ti dicono che “li recupererai”, ma intanto oggi quei soldi non li hai.
Lo Stato si finanzia a tasso zero sulle spalle delle piccole e medie agenzie.
Inoltre…Il grosso rischio di commettere errori. Un errore formale in questo caos, diventa subito un’occasione per il fisco di bussare alla porta con sanzioni sproporzionate. E come vengono a bussare di corsa alla nostra porta, quando c’è da prendere i soldi!
Il solito scaricabarile
Perché gravare proprio sulle agenzie, già vessate da una normativa fiscale tra le più complesse d’Europa? La risposta è amara: perché è più facile delegare il controllo fiscale alle imprese stesse, trasformandole in esattori non pagati per conto dello Stato, piuttosto che modernizzare i sistemi di accertamento.
In pratica siamo passati dall’essere consulenti di viaggio a essere contabili non retribuiti.
Questa non è lotta all’evasione. È un accanimento su un settore che regge l’economia del Paese ma che viene trattato come l’ultima ruota del carro. La ritenuta d’acconto sulle provvigioni è l’ennesimo balzello invisibile che non solo toglie ossigeno finanziario, ma appesantisce una struttura aziendale già satura di adempimenti.
È ora che la politica capisca che non si può promuovere il “Turismo 4.0” se poi si costringono le agenzie a gestire una fiscalità da medioevo.
Invece di semplificare la vita a chi crea occupazione, si aggiungono strati di complessità che sembrano voler punire chi opera con trasparenza.
Mentre i giganti del web spesso “scivolano” tra le maglie larghe del fisco internazionale, le agenzie cosiddette sotto casa vengono tartassate con una precisione quasi chirurgica.
Le agenzie di viaggio non chiedono privilegi, chiedono solo di poter lavorare senza dover pagare per il permesso di farlo.
Francamente le agenzie di viaggio sono stanche di fare da ammortizzatore ai fallimenti della riscossione pubblica.
Sarebbe anche ora di dire basta!