Da Marrakech ad Agadir ed Essaouira, un itinerario tra tradizione, oceano e nostalgia

 

Di Liliana Comandé

 

Il Marocco non è semplicemente una destinazione geografica, è una verifica sensoriale, un banco di prova per l’immaginazione. Per settimane abbiamo accumulato libri, studiato mappe, tracciato itinerari minuziosi e consumato guide di viaggio, cercando di figurarci i volti, le spezie, i suoni di una terra leggendaria. Avevamo disegnato nella mente ogni singola tappa, convinti che la pianificazione potesse in qualche modo addomesticare l’ignoto.

Eppure, la teoria è solo un’involucro sottile. Quando l’aereo stacca le ruote dall’Italia e, in sole tre ore di volo, si azzera la distanza geografica e culturale, ci si rende conto che nessun libro può davvero preparare all’incontro con l’Africa. Quello che il nostro organismo richiede con insistenza, una volta toccato il suolo marocchino, è il “tornasole” della realtà: il momento esatto in cui le immagini sfocate delle nostre aspettative lasciano il posto all’impatto inequivocabile della vita vera. È il desiderio irrefrenabile di vedere ciò che avevamo solo sognato finalmente impresso, vivido e tangibile, sulla retina.

 

Marrakech, il cuore che pulsa in Piazza Jemaa El Fna

La seduzione di Marrakech inizia prima ancora di vederla. Dopo una doccia rigenerante e una cena rapida, decidiamo di immergerci subito nel suo cuore pulsante. Percorriamo l’arteria principale, la Mohammed V, fino a oltrepassare le mura della Medina. Alla nostra destra svetta la bellissima Moschea della Koutoubia, con il suo imponente minareto che funge da faro spirituale; poi, una svolta a sinistra, ed eccola: La Piazza.

Jemaa El Fna non è un luogo, è un’entità. Fumi, profumi, riflessi e un’eco incessante di voci ci avvolgono istantaneamente. È una distesa immensa di umanità dove cantastorie, incantatori di serpenti, venditori d’acqua e acrobati non occupano semplicemente uno spazio, ma sono la piazza stessa.

L’UNESCO ha giustamente insignito questo sito del titolo di Patrimonio Culturale dell’Umanità, non per i suoi edifici, ma per la sua “tradizione orale”. Qui, tra i cerchi di ascoltatori che circondano vecchi saggi berberi, la piazza diventa radio, televisione e libro vivente.

 

Oltre il souk, l’arte del saper fare

Marrakech offre infiniti scorci:

I Souk. Un labirinto di colori dove stoffe, spezie e tappeti creano un mosaico cromatico senza pari.

Le Botteghe. Spingendosi oltre le zone più turistiche, si scopre il vero cuore produttivo: calzolai che creano le iconiche babbucce, intarsiatori di legno e riparatori d’ogni cosa.

Le Concerie. Un’esperienza cruda e indimenticabile, dove il lavoro con le pelli segue ritmi medievali.

I Riad. Oasi di silenzio e lusso nascoste dietro muri polverosi, dove il tè alla menta diventa un rito di pura seduzione.

 

 

Agadir, la rinascita bianca sull’Oceano

Partiamo di buon’ora lungo una rotta di circa quattro ore attraverso le montagne. La strada è calda, solitaria, bellissima: curve e rettilinei che tagliano colline e tratti di deserto, dove ogni tanto appare un cammello al pascolo. Poi, all’improvviso, il blu della costa e una macchia bianca: siamo ad Agadir.

Fondata sulla scia di un tragico terremoto che la rase al suolo negli anni ’60, Agadir è oggi una città geometrica, nuova, votata al relax. Qui riponiamo gli abiti da viaggiatori per indossare quelli da turisti:

Le Spiagge. Una distesa chilometrica che culmina a nord nel paradiso dei surfisti, Taghazout. Lì, tra dune deserte e la salsedine nebulizzata dall’Atlantico, si perde la cognizione del tempo.

Cap Ghir.  Il punto panoramico perfetto dove, per due sere consecutive, abbiamo ammirato il tramonto infuocare il porto e la città bianca.

Il Souk El Had.  Delimitato da alte mura, è il luogo dove abbiamo respirato la quotidianità locale, aiutando persino alcuni venditori a tradurre lettere per i loro amici italiani.

Agadir è stata la nostra stazione di ricarica: un mix di sport acquatici, gite in cammello tra i fenicotteri rosa e serate nei vivaci locali del lungomare.

 

 

 

Essaouira, la tavolozza del pittore giramondo

Il viaggio prosegue verso nord per altre tre ore. Il nostro autista canticchia ballate arabe procedendo lentamente — forse per non distaccarsi troppo nel pensiero da un amore lasciato ad Agadir — ma la lentezza è il modo migliore per godersi la costa atlantica che scorre sulla sinistra.

Giunti a Essaouira, l’antica Mogador, il tempo sembra arrestarsi. È una città che fonde atmosfere diversissime:

Richiami Europei. I caffè ricordano Parigi, le case bianche dalle finestre blu evocano le isole greche, i portali rimandano all’Andalusia e le fortificazioni portoghesi citano la bretone Saint-Malo.

La Medina e il Porto. Rimasta identica nei secoli, la Medina è un dedalo di pace. Al porto, ogni mattina, il pesce fresco viene scaricato tra le grida di migliaia di gabbiani che danzano nel cielo.

Misticismo e Musica. Qui risuona la musica Gnaoua, dalle radici sudanesi, capace di ipnotizzare chiunque la ascolti. Non a caso, anime inquiete e creative come Orson Welles o Jimi Hendrix scelsero questa città come rifugio contemplativo.

Essaouira cattura il cuore con tranquilla prepotenza. Il volo armonico dei gabbiani sulle scogliere è l’ultimo, stupendo arrivederci che il Marocco ci invia prima del ritorno.

 

 

 

Il ritorno: ciò che resta oltre il viaggio

Lasciare il Marocco significa fare i conti con una strana forma di nostalgia. Ognuna delle tre tappe ci ha regalato una sfaccettatura diversa di questo Paese straordinario: la pulsione ancestrale e teatrale di Marrakech, dove il tempo si misura in racconti; la modernità luminosa e rilassante di Agadir, dove il deserto incontra l’energia dell’oceano; e infine la grazia malinconica e artistica di Essaouira, dove il vento e il volo dei gabbiani sembrano sussurrare storie ad ogni angolo di strada.

Più che un semplice itinerario geografico, questo viaggio si è rivelato un percorso interiore. Ci siamo mossi tra mercati millenari e coste infinite, ma soprattutto ci siamo lasciati guidare dall’ospitalità di un popolo che fa dell’accoglienza un’arte spontanea.

Eppure, la sensazione più forte che ci accompagna sulla strada del ritorno è che questo itinerario sia stato solo un primo, affascinante capitolo. Il Marocco è un mosaico troppo ricco e vasto per poterne esaurire la bellezza in una sola volta, restano da scoprire le cime dell’Alto Atlante, il silenzio profondo del deserto del Sahara, la magia blu di Chefchaouen e il fascino imperiale di Fès e Meknès.

Nel riordinare le valigie — piene di spezie profumate, taccuini fitti di appunti e granelli di sabbia atlantica tra le pieghe degli abiti — ci accorgiamo che il vero bagaglio è un altro. È quella sottile consapevolezza che un pezzo del nostro cuore è rimasto lì, sospeso tra l’eco di un minareto al tramonto e il rumore incessante delle onde dell’Oceano.

Siamo consapevoli che questo viaggio non si conclude qui. Abbiamo sfiorato solo una parte di una terra immensa, lasciando aperta la porta a tutto ciò che resta ancora da vedere. Il Marocco non si limita a farsi visitare, si fa desiderare, si fa vivere, e continua a farlo anche molto tempo dopo essere tornati a casa. Per questo ti dà sempre una valida ragione per tornare.

 

Informazioni Utili

La compagnia di bandiera Royal Air Maroc (RAM) offre voli quotidiani da Roma e Milano per Casablanca, con comode coincidenze per Marrakech, Agadir ed Essaouira. Grazie agli accordi con partner internazionali, è facilmente raggiungibile da ogni scalo italiano ma ci sono anche voli low cost da varie città italiane.

 www.royalairmaroc.com

Per ulteriori informazioni e scoprire le meraviglie del Regno:

Ente del Turismo: www.visitmorocco.com