Di Liliana Comandè.

Esiste veramente il mal d’Africa? Certo che esiste e sono tante le motivazioni di questo “male” che io definirei anche malessere. Ma in cosa consiste, in realtà, questo “Mal d’Africa” e quali sono i sintomi che ne denotano la sofferenza?

 

A mio avviso è quel senso di struggente nostalgia che ti assale ogni volta che vedi anche un africano nella tua città. E’ la voglia di ritornare in quel continente che riesce a suscitare, anche solo pensandolo, emozioni tanto forti e uniche. E’ quel senso di meraviglia e di felicità che si prova ogniqualvolta si riesce ad osservare la straordinaria natura e i numerosi animali non rinchiusi in una gabbia, ma liberi nel loro habitat naturale.

E’ quel desiderio di non tornare piu’nella tua città, che ti “ingoia” nella sua vita frenetica e ti fa dimenticare che noi non siamo nati con questo stress o con questa voglia di possedere sempre di piu’ogni cosa. E’ quel comprendere che certe popolazioni hanno come sola ricchezza il loro territorio eppure sanno accontentarsi di ciò che questo gli regala (anche se poco).

E’ il ricordo di tanti vestiti variopinti, di mercati, di capanne nei piccoli villaggi e di palazzi nelle grandi città. E’ il rammentare con rimpianto i grandi e dolci occhi dei bambini, il sorriso delle loro madri e i paesaggi magici che ti lasciano senza respiro. E’ la serenità che si prova davanti a sterminati territori dove regna la tranquillità piu’ assoluta e dove l’unico “rumore” che si avverte è il verso degli animali che ci vivono in completa libertà.

E’ quella voglia di “mollare” la cosiddetta civiltà per rifugiarsi in un mondo che assomiglia a quello dei nostri antenati di tanti milioni di anni fa…ma ci sono ancora tante altre motivazioni!

Il viaggio

La cima innevata del Kilimanjaro ci annuncia che siamo quasi arrivati. Sotto di noi, alle prime luci dell’alba, il paesaggio è tipicamente africano o, perlomeno, è ciò che noi immaginiamo sia tipico dell’Africa: spazi aperti e assolati, immense distese di terra disabitata, vegetazione bruciata dal sole.

Finalmente siamo in Tanzania, il più vasto paese dell’Africa Orientale ed uno dei meno visitati dagli italiani. L’aeroporto di Kilimanjiaro è piccolo e gli impiegati dello scalo ci accolgono con un cordialissimo “Karibu” e “Jambo” (benvenuti e salve).

Queste due parole, accompagnate da sinceri sorrisi, ci verranno dette molto spesso dai locali nel corso del viaggio.

Terminate le formalità d’ingresso, ci imbarchiamo su un Cessna da 10 posti che ci condurrà nel Parco del Serengeti.

A pochi minuti dal decollo ci rendiamo conto di iniziare un viaggio nel quale il lato emotivo e fisico saranno coinvolti in maniera molto palese e forte. Siamo tutti molto eccitati, nonostante la stanchezza del viaggio.

Il piccolo aereo vola sopra l’imponente Kilimangiaro e su un altro vulcano dalla cima completamente piatta e bianca, poi, con un passaggio abbastanza azzardato, il pilota si abbassa per farci vedere dall’alto i numerosi gnu e zebre che corrono nella savana.

Siamo emozionati. Finalmente comincia l’avventura tanto desiderata e sognata. L’atterraggio avviene su un campo sterrato, non lontano dagli animali e…tutto ad un tratto ci sentiamo catapultati nel bel mezzo di un documentario di “Quark”, ma al posto di Piero o Alberto Angela, questa volta, a vivere in prima persona questa indimenticabile esperienza, ci siamo noi, semplici giornalisti, per la prima volta in visita ai Parchi piu’ noti del Continente nero.

È veramente tangibile che questa volta non saremo solo spettatori, ma saremo, di volta in volta, protagonisti e attenti osservatori di questo mondo che ci riserverà non poche sorprese..

Gli autisti-guide ci attendono con le loro jeep in una savana nella quale “pascolano” indisturbati centinaia di gnu e zebre. Lo spazio tutto intorno è immenso e silenzioso. L’impatto emotivo è forte. Tutti i nostri sensi sono allertati dagli odori e dai rumori presenti nell’ampia distesa. I primi sono quelli della terra e delle piante, i secondi quelli degli animali.

L’Africa è palpabile nell’aria e l’Italia è così distante…che felicità!

I palazzi, le automobili e il rumore del traffico sono già lontani dai nostri pensieri.

Qui tutto è primordiale e la bellezza selvaggia dei paesaggi, con gli spazi infiniti dove a malapena si riesce a distinguere l’orizzonte, ci fanno riscoprire un senso innato di genuinità animalesca – che in città non pensiamo di possedere – e che ci rende coscienti di quanto ormai ci siamo staccati da madre natura.

Di questo santuario della natura, di questo mondo remoto e affascinante, qui ci sentiamo parte integrante.

Non proviamo neppure sentimenti di paura ma, istintivamente, prevale in noi un senso di rispetto e protezione per questo habitat selvaggio ma non nemico.

Un patrimonio da salvaguardare

In Tanzania la natura è stata veramente generosa e i suoi abitanti ne sono coscienti, un quarto del loro territorio, infatti, è stato protetto.

Parchi e riserve naturali sono l’immenso patrimonio che il paese sta proteggendo per la conservazione del suo ecosistema.

E’ in queste riserve che si possono osservare i cosiddetti “big five”, ossia i cinque grandi animali selvaggi che sono l’elefante, il bufalo, il leone, il rinoceronte e il leopardo.

Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrarli tutti ed è difficile descrivere l’emozione che si prova nel trovarsi a pochi metri da loro.

È anche inusuale la nostra condizione di uomini – “ingabbiati” nelle Land Rover – che osservano gli animali, liberi e unici padroni del territorio.

In questo mondo primitivo tutt’intorno è silenzio. Le uniche “voci” che si odono sono quelle degli animali che si chiamano, che lottano fra di loro o che, semplicemente infastiditi dalla nostra presenza, reclamano un po’ di intimità.

Il viaggio ci ha portati nel circuito che comprende 3 Parchi: il Serengeti, lo Ngorongoro e il Lake Manyara.

In una settimana abbiamo attraversato sentieri creati dalle ruote delle grandi Jeep, unici mezzi adatti a percorrere piste spesso simili a quelle dove si svolgono i Rally; incontrato tutte le principali specie di animali africani: zebre, giraffe, gnu, aironi, fenicotteri rosa, ippopotami, gazzelle, struzzi, impala, sciacalli, facoceri, licaoni, babbuini, coccodrilli, leopardi, leoni e uccelli tra i più belli del mondo, come il superb glossy starling.

Abbiamo osservato gazzelle, impala, zebre e gnu mentre cercavano un po’ d’ombra e refrigerio ai piedi delle acacie.

Abbiamo visto alberi così carichi di uccelli e scimmie che sembravano soffocare e soccombere sotto il loro peso. Ci siamo riempiti gli occhi delle immense distese di fiori bianchi che sembravano candida neve caduta sui campi.

Abbiamo guardato con curiosità i numerosi ippopotami che sguazzavano nei fiumi e i licaoni che si abbeveravano in una pozza d’acqua.

Abbiamo ammirato i pigri leoni, a non più di quattro metri di distanza da noi, che sembravano indifferenti alla nostra presenza e le elefantesse con i loro piccoli che si nutrivano delle foglie di un albero.

Abbiamo avvicinato branchi di babbuini, con la prole aggrappata al loro corpo, intenti alla pulizia reciproca e al gioco.

Abbiamo quasi contemplato con meraviglia le centinaia di fenicotteri rosa che passeggiavano e volteggiavano sulle rive di un lago e, infine, abbiamo assistito allo straordinario spettacolo del pasto di due leonesse con i loro cuccioli intenti a mangiare uno gnu caduto in un loro agguato.

Quante volte abbiamo potuto osservare questa immagine nei documentari televisivi?

Credo talmente tante volte da sapere a memoria tutti i meccanismi che precedono l’abbattimento degli erbivori: dall’appostamento alla corsa frenetica, dall’assalto al colpo di grazia con l’affondo dei denti nel collo della vittima predestinata.

Ma essere qui, a non più di cinque metri dall’evento, è proprio tutta un’altra cosa.

È come se ci si sentisse predatori come la leonessa. È strano, ma la morte dello gnu non suscita in noi alcun sentimento di pietà. Qui, nella savana, è normale che sia così perché i predatori sono in numero esiguo rispetto alle prede e la sopravvivenza dei leoni non intacca minimamente la specie degli gnu o delle zebre.

I Rangers

I rangers, sono figure essenziali per visitare i parchi perché conoscono i luoghi dove si trovano le varie specie degli animali. Vigilano affinché nessun turista crei danni all’ambiente e si occupano di bruciare in modo controllato l’erba affinché gli animali ne abbiano sempre di fresca.  Molti di loro sono anche gli autisti che guidano i fuoristrada durante i safari e la loro presenza è molto importante perché riescono a trasmettere ai visitatori un senso di grande rispetto e di amore per quei territori così ricchi di fauna.

I Parchi: Serengeti, Ngorongoro, Lake Manyara

La pianura del Serengeti è adibita in gran parte a Parco Nazionale. Paradiso degli animali, rigidamente custodito, si estende su una superficie di 14.500 Kmq. Senza questi provvedimenti, leoni, elefanti ed ogni altra specie di animali sarebbero condannati all’estinzione. Cacciatori e mercanti d’avorio avrebbero annientato ogni forma di vita nella savana.

Gli uomini, infatti, hanno sempre fatto stragi enormi di animali. Qui, invece, l’uomo li protegge dagli altri uomini e possono vivere in completa libertà nell’ambiente che è loro congeniale.

In questo luogo l’unica “arma” consentita è la macchina fotografica o la videocamera ed è giusto che sia così. È senza dubbio il parco più visitato della Tanzania per la varietà di animali e perché ospita la più grande concentrazione di erbivori del mondo.

Il suo nome in lingua Masai significa “spazio esteso” e nel periodo che va da maggio a dicembre è più ricco di fauna in quanto gli animali vi migrano alla ricerca di nuovi pascoli e di acqua.

Le varie stagioni: la più secca da giugno a novembre, la più piovosa, da dicembre a maggio, definiscono gli spostamenti degli animali e osservare queste migrazioni è realmente uno spettacolo indimenticabile.

Fra il Serengeti e lo Ngorongoro si trovano le Gole di Olduvai, nelle quali l’antropologo Leakey scoprì i più antichi resti umanoidi risalenti a 3 milioni e mezzo di anni fa.

L’altopiano del Serengeti riserva spettacoli naturali, come l’alba e il tramonto, che qui acquistano una raro fascino.

Come non rimanere emozionati, infatti, nell’ osservare il sole che si alza lentamente sulla savana e incomincia a colorare i prati e il cielo e, poi, va a riflettersi – dorandoli – negli specchi d’acqua?

Oppure, come non restare affascinati dallo spettacolo del tramonto nella savana. Trovarsi lì, proprio quando il sole incomincia a scendere e si nasconde dietro i rami di un’acacia, albero-simbolo dell’Africa, è una grande fortuna.

In quel preciso momento, infatti, l cielo si tinge di rosso, gli animali si nascondono e tutt’intorno si crea un’atmosfera di grande suggestione. Ci si sente in un’altra dimensione, più vera e più magica!

Ma la Tanzania riserva ovunque grandi emozioni e riesce ad imprimere negli occhi e nella mente di chi la visita ricordi indelebili.

Un altro spettacolo pieno di fascino, anzi mozzafiato, è la vista del cratere Ngorongoro, definito dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.

Posto a 2286 metri sopra il livello del mare, con un diametro di oltre 16 Km, ha le pareti alte oltre 600 metri dalla base del cratere. Anche questo è un Eden ,dall’ecosistema chiuso, per gli animali.

Se il Serengeti si presenta come una pianura quasi brulla, il Parco Ngorongoro stupisce per la ricchezza della vegetazione e per i paesaggi spettacolari che si susseguono.

Vaste foreste, torrenti, terreni fertili, cascate e piccoli laghi sono il superbo dono che la natura ha regalato a questo luogo quasi idilliaco.

Si percorrono chilometri e chilometri provando un continuo senso di meraviglia e di soggezione di fronte ai grandi spettacoli naturali che si alternano.

Gli abitanti di un così straordinario territorio sono i Masai, popolo orgoglioso e fiero che ha mantenuto una forte identità tribale.

La stessa gente del villaggio ci racconta che ancora oggi i ragazzi di 18/19 anni, per la loro iniziazione, devono uccidere un leone armati solo di una lancia.

I ragazzi accerchiano il leone, lo prendono per la coda e poi lo uccidono.

Il finale della caccia, purtroppo, non va sempre così perché ogni anno c’è un morto o un ferito grave tra loro. Ma, narrano ancora i Masai, per fortuna i leoni hanno ormai imparato a conoscere l’odore dei giovani guerrieri e ne stanno prudentemente alla larga!

Meno conosciuto degli altri due, ma non per questo meno interessante da visitare, è il Parco Nazionale del Lago Manyara.

Situato nella nota Rift Valley, profonda linea di frattura della crosta terrestre che si estende per oltre 5.000 km dal Mozambico al lago di Baikal nell’Ucraina, è caratterizzato da una rigogliosa vegetazione, da prati e paludi.

Oltre 350 specie di uccelli sono presenti nel Parco ed è anche possibile ammirare leopardi e leoni mollemente adagiati sui rami delle grandi acacie. In questo splendido habitat per gli animali, abbondano bufali, elefanti, impala ed ippopotami.

Nella parte sud del parco, inoltre, sono presenti sorgenti di acqua calda sulfurea.

I luoghi, come tutte le cose, hanno un odore caratteristico. Lake Manyara, forse perché eravamo lì in un giorno di pioggia, profumava di terra bagnata e di vegetazione lussureggiante.

Non abbiamo mai avvertito niente di sgradevole neppure quando eravamo molto vicini agli animali. Chissà, invece, quale tipo di odore avevamo noi uomini per loro!.

Dove alloggiare

Il 70% della capacità ricettiva nel nord della Tanzania è rappresentata dai Serena Lodge.

Negli hotels Serena sono presenti soprattutto clienti americani, tedeschi, svizzeri, inglesi e francesi. Gli italiani, purtroppo, sono poco presenti in Tanzania. I Serena Lodge sono strutture a 5 stelle e offrono sistemazioni di ottimo livello.

Dotati di ogni comfort, sono strutture in muratura con servizi privati. L’architettura è tipicamente africana e nei ristoranti dei lodge vengono serviti pasti della cucina internazionale.

Spesso l’area comune include un bar, una piscina e un negozio di souvenir.

Una menzione particolare merita il Kirawira Camp Western Serengeti, campo tendato, estremamente raffinato, ideale per una immersione totale con la natura della savana. Costituito da 25 tende poste su palafitte, è arredato con mobili inglesi ed ha il pavimento in parquet. La ricercatezza degli ambienti e del servizio creano un piacevole contrasto con l’ambiente selvaggio e naturale che lo circonda.

Altra struttura “insolita” è il Ras Kutani Beach Resort, situato a 10 minuti di volo o, se si preferisce, a due ore di macchina da Dar-es-Salaam.

Formato da 18 bungalows immersi nella giungla e direttamente sulla spiaggia, è ideale per chi ama una vacanza “nature”, i bungalows, infatti, hanno le pareti di legno e sono piuttosto aperti nella parte alta, quella che è situata sotto il tetto.

Una splendida e quasi deserta spiaggia e la cordialità dei proprietari sono il perfetto complemento per un soggiorno fuori dal comune.

Liliana Comandè