I media devono sempre fare catastrofismo su qualsiasi argomento

Di Antonio Bordoni

Ormai lo abbiamo capito tutti: i media non riescono ad aumentare la loro diffusione se non creano una emergenza nazionale, una atmosfera da fine del mondo, da imminente catastrofe su qualsivoglia argomento. D’estate quando le temperature salgono l’acqua sta finendo, poi c’è il problema inquinamento atmosferico con l’aria che nelle nostre città si fa sempre più irrespirabile, poi non parliamo di quando le temperature estive salgono troppo perché a leggere le notizie la fine del mondo è imminente, ed ora per la serie come creare ansia e preoccupazioni, è il momento dei voli (e vacanze) a rischio perché la benzina scarseggia.

In questo clima di continua emergenza, l’aviazione civile ha sempre avuto un ruolo di primo piano, così un volo che ha un problema tecnico e che rientra all’aeroporto di partenza dopo pochi minuti dall’avvenuto decollo diventa per i media un volo da “terrore a bordo” oppure in alternativa “una odissea”. Per non parlare poi della sempre presente domanda “ma è sicuro viaggiare in aereo? “posta all’indomani di un incidente.

Chi ci segue sa bene che chi scrive queste note ha dedicato una intera vita all’aviazione commerciale, ma sinceramente non riusciamo a capire perché  un mondo nel quale, per un certo periodo, volassero meno aerei in cielo dovrebbe diventare un mondo a rischio.

Quando è avvenuta la crisi epidemica del Covid le compagnie aeree sono rimaste per ben 24 mesi con la maggior parte dei loro aerei a terra perché nessuno voleva spostarsi da una nazione all’altra, ma allorché dopo due anni di blocco le compagnie aeree hanno ripreso le attività in modo completo, esse hanno poi chiuso gli esercizi finanziari post covid con utili di tutto rispetto, e ci stiamo riferendo a 2 anni di blocco.

Ora siamo bombardati da notizie che parlano di cherosene che scarseggia sugli scali, notizia cui fanno contorno titoli  da campagna del terrore nei quali si preannunciano possibili diminuzioni di frequenze, di collegamenti e quindi (udite, udite!) di vacanze a rischio.

Ebbene se ciò realmente avvenisse di certo i conti delle compagnie aeree e degli aeroporti non ne trarrebbero vantaggio, registerebbero senz’altro una stasi nella loro espansione, ma per quanto riguarda il singolo passeggero, ovvero tutti noi, il fatto che non si potrà prendere l’aereo, sarebbe davvero un evento così catastrofico?

Premesso che chi prende posto a bordo di un aereo fa parte per oltre l’80 per cento del cosiddetto traffico turistico e premesso che per quei pochi che si spostano per ragioni di lavoro, ci si può parlare e confrontare via programmi telematici, non capiamo davvero dove sarebbe il problema se il numero aerei che svolazzano quotidianamente sopra le nostre teste realmente diminuisse.

La verità è che nell’odierno mondo super  industrializzato le società, le compagnie, le corporation pretendono sempre di vedere il grafico dei loro andamenti aziendali con le asticelle in su, e non accettano l’idea  che l’aumento – in un qualche momento e per un qualche motivo contingente – possa subire un calo, una frenata che porterà l’asticella in giù.  Ma un tale modo di percepire l’andamento commerciale non ci sembra corretto.

Il bestseller del 1970 di Alvin Toffler, “Future Shock”, sosteneva che  tutti i problemi sociali che affliggevano gli anni Sessanta potevano venir ricondotti al ritmo troppo accelerato del progresso tecnologico. Toffler coniò un termine per descrivere il fenomeno: “spinta accelerativa” la quale, avvertiva il sociologo statunitense che si autodefiniva futurologo, aveva preso il via con la Rivoluzione Industriale.

Ebbene secondo Toffler, l’unica soluzione possibile era quella di iniziare a controllare in qualche modo il processo, di creare istituzioni che valutassero le tecnologie emergenti, i loro futuri effetti e che potessero tenere sotto controllo tutte quelle  tecnologie che rischiavano di essere troppo dirompenti.

Ma oggi qualsiasi industria pretende di avere una espansione delle vendite all’infinito, e al primo accenno di rallentamento vanno in tilt, parlano di crisi e chiedono sussidi. Di certo quanto Toffler ammoniva non solo si è verificato ma non è stato affatto seguito. Tornando all’aviazione civile, se oggi noi osserviamo quell’interminabile, inestricabile formicaio che appare in qualsiasi momento del giorno su FlightRadar24, siamo sicuri di non aver esagerato nell’uso del mezzo aereo? E un suo eventuale ridimensionamento sarebbe davvero qualcosa di catastrofico per l’umanità?

Tratto da  Aviation-Industry-News.com