Dall’ansia geopolitica alla rinuncia del passaporto. Perché abbiamo delegato le nostre vacanze agli umori di chi comanda nel mondo
Di Liliana Comandé
C’è un riflesso condizionato che scatta nel cervello dell’italiano medio non appena il telegiornale annuncia tensioni internazionali o instabilità economica: si chiama sindrome del guscio. Se chi comanda nel mondo decide di alzare la voce, la reazione immediata del nostro viaggiatore non è quella di cambiare itinerario, ma di tirare un violentissimo freno a mano sull’outgoing.
Non c’è nulla di normale in un Paese che, storicamente popolato da navigatori ed esploratori, oggi si ritrova paralizzato dall’incertezza globale, incapace di guardare oltre i propri confini non appena lo scenario si fa complesso.
L’atavica paura e il “rifugio” nazionale
La verità è che l’incertezza geopolitica ha risvegliato una nostra atavica paura del domani. Di fronte al dubbio, l’italiano non pianifica, rimanda. E se proprio deve muoversi, si rifugia nella comfort zone del turismo domestico. Intendiamoci, viaggiare in Italia è un privilegio, ma quando diventa una scelta dettata dalla paura dell’ignoto — o dal timore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato — si trasforma in una gabbia dorata.
Ci muove un mix di ansia economica (“meglio tenere i soldi sotto il mattone se le cose si mettono male”) e di ansia culturale (“all’estero chissà cosa succede, a casa mia sono sicuro”).
Il risultato? Abbiamo delegato il nostro passaporto agli umori dei potenti della Terra. Se Washington, Pechino o Bruxelles mostrano segni di nervosismo, l’italiano cancella il volo per l’Asia o per l’America e prenota la solita spiaggia a due ore da casa.
Le conseguenze di un mondo che si rimpicciolisce
Questo freno a mano non è solo un danno per le agenzie di viaggio e i tour operator che vivono di outgoing, ma è soprattutto un impoverimento culturale.
Rinunciare a vedere come si evolve il mondo fuori significa perdere il passaporto della contemporaneità e ad un minore confronto con il resto del mondo.
Diventiamo vittime dell’allarmismo perché ci lasciamo spaventare da una narrazione mediatica che dipinge il mondo esterno come una perenne polveriera, dimenticando che la vita e il turismo continuano ovunque.
L’outgoing italiano è ostaggio di una prudenza che ha superato il limite del buonsenso ed è sfociata nella quasi immobilità. Forse è il caso di ricordarci che il mondo non si ferma se i potenti litigano, e che l’unico modo per non subire l’incertezza è continuare a esplorarla.
Alla fine, la domanda resta una sola: vogliamo essere i protagonisti consapevoli del nostro tempo o i turisti spaventati della nostra stessa esistenza? Arrendersi all’atavica paura del domani significa rimpicciolire il mondo alla misura del nostro salotto. Chi comanda nel mondo continuerà a fare il proprio gioco, a prescindere dalle nostre ferie. Sta a noi decidere se restare a guardare la tempesta dalla finestra di casa, o se rimetterci in viaggio per capire dove sta andando il mondo. Prima che sia il mondo a dimenticarsi di noi.
Ritirarsi nel proprio guscio non ha mai protetto nessuno dai grandi cambiamenti della storia, ha solo tolto a chi si nasconde la possibilità di capirli in tempo. Continuare a viaggiare oltreconfine, specialmente quando il mare è agitato, non è un atto di incoscienza, ma di resistenza culturale. È l’unico modo che abbiamo per non lasciare che siano gli umori di pochi potenti a decidere quanto debba essere grande il nostro orizzonte. Ricordiamoci che il mondo, là fuori, non ha smesso di girare, ha solo bisogno di essere guardato con meno paura e più coraggio.
Inoltre, la prudenza è una virtù, ma la paralisi è una scelta. Il mondo fuori dai confini non è una perenne polveriera, ma un libro aperto che stiamo smettendo di leggere. È ora di togliere il freno a mano. Perché la vera sicurezza non sta nel non partire mai, ma nell’avere ancora il coraggio di andare a vedere.