
La corsa sfrenata verso un progresso che rischia di liberarci non solo dalla fatica, ma anche dai mezzi per sopravvivere. Una riflessione sulla cecità del mercato e sul futuro del lavoro
Di Liliana Comandé
Siamo nati e cresciuti con l’idea che il lavoro nobiliti l’uomo e, soprattutto, gli permetta di garantire la sopravvivenza propria e della sua famiglia. Per secoli, il progresso tecnologico è stato raccontato come il più grande alleato dell’umanità, macchine sempre più intelligenti costruite per sollevarci dai compiti più logoranti, pericolosi e alienanti. Oggi, però, quella promessa sembra essersi ribaltata in una minaccia strisciante. In nome dell’efficienza e della massimizzazione del profitto, stiamo assistendo a una corsa frenetica per sostituire l’essere umano nelle costruzioni, nella produzione, nei viaggi e persino nei servizi intellettuali. Ma se ogni azienda azzerasse la propria manodopera, una domanda sorge spontanea e brutale: di cosa vivranno gli esseri umani?
Questo scenario non è una distopia fantascientifica, ma un cortocircuito economico macroscopico dietro l’angolo. Il capitalismo moderno si basa su un equilibrio tanto semplice quanto fragile. Le aziende producono beni e servizi, i lavoratori ricevono un salario e, attraverso quel salario, acquistano i beni e i servizi prodotti. Se eliminiamo i lavoratori dall’equazione, l’intero castello di carte crolla. I robot e gli algoritmi sono produttori straordinari, ma non consumano. Non comprano automobili, non pagano affitti, non vanno al ristorante. Un’economia di soli produttori meccanici e zero consumatori umani è un sistema destinato all’implosione.
Perché allora continuiamo a camminare spediti verso questo baratro? La risposta risiede nelle regole del gioco del mercato globale. Le singole aziende non agiscono per cattiveria ideologica, ma per pura sopravvivenza competitiva. Chi non automatizza rischia di essere tagliato fuori da un concorrente che produce alla metà del costo. A questo si aggiunge la miope visione della finanza contemporanea, focalizzata sui profitti del prossimo trimestre piuttosto che sull’impatto sociale dei prossimi trent’anni.
La tecnologia in sé rimane neutra. Se una macchina scava un fossato o assembla un muro al posto nostro, è una conquista. Diventa un dramma sociale solo se il nostro modello sociale stabilisce che chi non scava più quel fossato perde il diritto di mangiare. Il vero problema non è l’evoluzione tecnologica, ma l’arretratezza della nostra politica e della nostra etica.
Davanti a noi si aprono due strade. La prima è quella della transizione governata: una società in cui l’automazione produce ricchezza collettiva, tassata adeguatamente (la cosiddetta “tassa sui robot”) per finanziare forme di Reddito di Base Universale o per ridurre drasticamente l’orario di lavoro a parità di salario.
In questo scenario, l’uomo si riappropria del proprio tempo, dedicandosi all’arte, alla ricerca, alla cura delle relazioni e della persona.
La seconda strada è quella della cecità: lasciare che il mercato si autoregoli, scivolando verso una società polarizzata, con pochissimi proprietari di macchine immensamente ricchi e una massa di disoccupati privati di dignità e reddito.
Il futuro del lavoro non si deciderà nei laboratori della Silicon Valley o nelle fabbriche automatizzate, ma nelle aule parlamentari.
È tempo che la politica si svegli dal suo torpore e metta un freno all’anarchia tecnologica, ricordandoci che il progresso ha senso solo se è al servizio dell’uomo, e non della sua sostituzione.
Stiamo correndo verso la nostra liberazione dalla fatica o verso l’autodistruzione economica?