Il mondo corre, l’Italia si barrica
Di Liliana Comandé
C’è un paradosso tutto italiano che si palesa puntualmente a ogni crisi internazionale, emergenza climatica o turbolenza geopolitica. Mentre il resto del mondo consulta le mappe e prenota i voli, l’italiano medio è già davanti al televisore, pronto a sbarrare le finestre e a disdire le vacanze.
Non è solo una questione di prudenza. È un riflesso condizionato, alimentato da un sistema mediatico che ha fatto dell’allarmismo la propria cifra stilistica. Ma perché siamo diventati il popolo della “paura a ogni costo”?
Il “Terrorismo” dell’informazione, una scelta editoriale…
In Italia, la cronaca non viene quasi mai raccontata, viene messa in scena. La nostra stampa ha spesso l’abitudine di trasformare il fatto in tragedia imminente. Ecco i tre pilastri di questa strategia.
L’adrenalina del “titolo esca o clickbait”. In un mercato editoriale in crisi, l’ansia vende più dell’analisi. Un titolo che annuncia “Fine del mondo vicina” attira più click di uno che spiega razionalmente una crisi diplomatica.
Il linguaggio dell’eccesso. Termini come “Apocalisse”, “Bomba”, “Panico” e “Shock” sono ormai inflazionati. Se tutto è un’emergenza, nulla lo è più davvero, ma il risultato è uno stato di tensione perenne nel lettore.
Il produttivismo della paura. Si tende a dare voce all’opinione più estrema anziché al dato statistico. Se c’è un rischio dell’1%, i nostri talk show si concentreranno esclusivamente su quell’1%, ignorando il 99% di normalità.
La differenza con l’estero, pragmatismo contro emotività
Mentre i giornali italiani titolano sul “caos globale”, la stampa anglosassone o nordeuropea tende a fornire strumenti pratici. Se c’è un problema, il cittadino straniero cerca di capire come gestirlo, non come fuggirne.
Facciamo un esempio pratico. Il viaggiatore straniero guarda le statistiche, segue i consigli ufficiali dei ministeri e, se il rischio è calcolato, parte. Vive il viaggio come un diritto e una necessità di scoperta che non può essere fermata da ogni sussulto del mondo.
Il viaggiatore italiano spesso si lascia sopraffare dalla percezione del rischio, più che dal rischio reale. Siamo un popolo di radici profonde e, a volte, queste radici si trasformano in catene non appena il telegiornale alza i toni.
Vivere in uno stato di allerta costante ha un costo altissimo. Non è solo una questione di voli cancellati o hotel disdetti, è una questione di paralisi psicologica ed economica. Se siamo costantemente spaventati, smettiamo di investire, di programmare e di guardare al futuro con ottimismo.
Il problema è che l’informazione dovrebbe essere una bussola per navigare il mondo, non un muro che ci impedisce di vederlo.
In conclusione, è tempo di chiedere alla nostra stampa un atto di responsabilità. Raccontare la verità non significa necessariamente raccontare il peggiore degli scenari possibili. E a noi lettori spetta il compito più difficile. Dobbiamo avere il coraggio di spegnere il rumore di fondo, chiudere il giornale del “panico” e tornare a guardare il mondo per quello che è, un posto complesso, certo, ma che merita ancora di essere visitato e visto, ma con i nostri occhi, non con quelli della paura degli altri!