Una sentenza iniqua trasforma i T.O. e agenti di viaggio in compagnie di assicurazione gratuite. Chi tutela chi lavora, investe e rispetta i contratti con i fornitori esteri?
Di Liliana Comandé
C’era una volta il contratto, quell’accordo scritto che due parti firmano e si impegnano a rispettare. Oggi, nel mondo del turismo italiano, quel pezzo di carta sembra valere meno di zero. L’ultima sentenza della Cassazione rischia di dare il colpo di grazia a un settore già fragile, creando un precedente pericoloso: se un cliente si ammala prima di partire per un viaggio “tutto compreso”, ha diritto al rimborso integrale da parte dell’agenzia o del tour operator. E attenzione, dicono i giudici, questo diritto scatta anche se c’era una polizza assicurativa contro l’annullamento.
Siamo all’assurdo giuridico ed economico. Viene da chiedersi: in che mondo vivono i magistrati della Suprema Corte?
La beffa delle assicurazioni: a cosa servono se paga l’agenzia?
Il primo enorme controsenso di questa sentenza tocca le polizze assicurative. Le agenzie di viaggio e i tour operator propongono – e spesso impongono – assicurazioni annullamento proprio per tutelare il passeggero in caso di imprevisti gravi, come una malattia. L’assicurazione si paga apposta. Ora la Cassazione ci dice che l’esistenza della copertura è “ininfluente” e che l’agenzia deve rimborsare di tasca propria. Ma allora, a cosa servono le assicurazioni? Solo se qualcuno muore? Se il cliente è coperto da una polizza, deve essere la compagnia assicurativa a liquidare il danno, non l’anello più debole della catena commerciale che ha già svolto il suo lavoro di programmazione e vendita.
Il rischio del “certificato compiacente” e i danni sui gruppi
Questa sentenza apre la strada a abusi incontrollabili. Chiunque, a una settimana o a 15 giorni dalla partenza, magari per un ripensamento dell’ultimo minuto, potrebbe farsi fare un certificato medico da un amico compiacente per saltare il viaggio a spese dell’agenzia.
E cosa succede se parliamo di un viaggio di gruppo? Chi conosce questo mestiere sa che le quote dei gruppi si saldano anche 45 giorni prima della partenza. I corrispondenti locali all’estero, gli hotel e le guide non rimborsano un bel nulla se un cliente cancella all’ultimo, perché esistono contratti internazionali con penali rigidissime che le agenzie devono pagare. Con questa sentenza, il tour operator (o l’agenzia che funge da operatore) si ritrova a dover restituire i soldi al cliente, ma a rimetterci di tasca propria i soldi già inviati all’estero. È un invito al fallimento per centinaia di piccole e medie imprese.
Perché questo accanimento solo contro il turismo?
Proviamo ad applicare la logica della Cassazione ad altri settori. Se una coppia prenota un banchetto di nozze per cento persone, paga i fiori, il fotografo e la sala, e poi il matrimonio salta all’ultimo momento perché uno dei due ci ripensa o si ammala gravemente. Il ristorante restituisce i soldi della caparra e del cibo già comprato? Il fiorista regala i fiori ordinati? Assolutamente no.
I contratti si rispettano e le penali si pagano.
Allora perché c’è questo accanimento terapeutico solo contro il turismo?
E vogliamo parlare delle compagnie aeree? Se un volo non è rimborsabile, la compagnia aerea non restituisce un euro al passeggero malato. Eppure, se quel volo fa parte di un pacchetto turistico, la Cassazione obbliga l’agenzia o il tour operator a metterci i soldi di tasca propria.
Due pesi e due misure intollerabili.
Come uscirne? Serve una risposta della politica
Una sentenza della Cassazione non è una legge, ma fa “giurisprudenza”, ovvero traccia la linea per i giudici futuri.
Per ribaltare un orientamento così iniquo non basta lamentarsi sui social, serve un’azione di lobby forte e compatta da parte di tutte le associazioni di categoria – nessuna esclusa – per chiedere al Governo e al Parlamento una modifica chiara del Codice del Turismo.
Bisogna stabilire per legge che, in caso di impossibilità sopravvenuta del passeggero per motivi di salute, lo strumento primario di tutela sia l’indennizzo assicurativo e che il rischio economico non possa essere scaricato interamente su chi organizza il viaggio.
Fino ad allora, il messaggio che passa è devastante: il cliente ha tutti i diritti, chi lavora ha solo il dovere di pagare i conti degli altri.