Basta palliativi, servono scelte drastiche e rilancio dei territori
Di Liliana Comandé
Negli ultimi anni, il dibattito pubblico sul turismo internazionale si è polarizzato attorno a una singola, altisonante parola d’ordine: overtourism. Da Venezia ad Amsterdam, da Barcellona alle vette delle Dolomiti, il sovraffollamento turistico è passato dall’essere un segnale di successo economico a una vera e propria emergenza sociale, urbanistica e ambientale. Ma per affrontare il problema in modo pragmatico, è necessario superare la retorica dell’indignazione e i compromessi al ribasso, analizzando sia le cause profonde di un fenomeno complesso, sia l’inefficacia delle timide contromisure adottate finora.
Le radici del fenomeno: come, quando e perché
L’overtourism non è nato dall’oggi al domani. Si tratta del risultato di una tempesta perfetta iniziata nei primi anni Duemila, alimentata da tre fattori principali:
La democratizzazione dei viaggi. La nascita delle compagnie aeree a basso costo e la crescita della classe media globale hanno reso il viaggio un bene di consumo accessibile a miliardi di persone.
La rivoluzione digitale. Le piattaforme di home-sharing e l’algoritmo dei social media (Instagram e TikTok in primis) hanno geolocalizzato e “viralizzato” specifiche location, trasformando intere città in palcoscenici per il selfie perfetto.
La mancanza di pianificazione. Per decenni, le politiche pubbliche si sono concentrate esclusivamente sulla promozione turistica, ignorando completamente la gestione e il contenimento dei flussi.
Il risultato è una pressione insostenibile su infrastrutture nate per ospitare residenti, non masse di visitatori giornalieri.
Il valore del turismo: economia, lavoro e il nodo della vivibilità
C’è un elefante nella stanza che non può essere ignorato: il turismo è uno dei motori economici più potenti del pianeta. Genera circa il 10% del PIL mondiale e garantisce milioni di posti di lavoro. Sostenere che porti “solo occupazione stagionale e precariato” sarebbe un’analisi parziale. In molti territori, l’indotto alimenta una filiera solida e permanente: artigianato, ristorazione di alto livello, servizi tecnologici, restauro e conservazione del patrimonio culturale.
Il vero problema, dunque, non è la ricchezza prodotta, ma la sua distribuzione e il drammatico impatto sulla qualità della vita dei residenti, spesso sfrattati dai centri storici a causa dell’impennata dei prezzi immobiliari e della mutazione delle città in parchi tematici.
Il capro espiatorio. Le low cost sono l’unico problema?
È fin troppo facile puntare il dito esclusivamente contro i voli a basso costo. Certamente le compagnie low cost hanno accelerato il processo, ma non sono l’unica causa dell’overtourism.
Il vero nodo è il turismo “mordi e fuggi” (hit-and-run), spesso incentivato da escursioni giornaliere di massa che non lasciano quasi alcun valore economico sul territorio, ma ne consumano voracemente le risorse (rifiuti, trasporti, usura dei monumenti). Demonizzare i voli low cost significa anche dimenticare che hanno permesso a intere generazioni di giovani e famiglie meno abbienti di viaggiare e conoscere culture diverse. La soluzione non può essere il semplice ritorno a un turismo elitario ed esclusivo per censo, ma una regolamentazione strutturale degli accessi.
Oltre i palliativi: le vere strategie per governare i flussi
L’experience sul campo dimostra che le misure cosmetiche o prettamente monetarie — come il contributo d’accesso introdotto a Venezia — non bastano. Le tasse d’ingresso non limitano i numeri, si limitano a monetizzarli senza fungere da reale deterrente. La sfida del prossimo decennio non si gioca sui piccoli pedaggi, ma su una riprogettazione radicale del sistema urbano. Le vere soluzioni richiedono coraggio politico e interventi strutturali:
Il Numero Chiuso Reale con Prenotazione Obbligatoria: È necessario stabilire la “capacità di carico massima” di un centro storico o di un ecosistema fragile. Oltre una certa soglia di visitatori giornalieri, i varchi digitali devono chiudersi. Chi non ha prenotato l’alloggio o il biglietto d’accesso contingentato non entra. Un modello già attivo in alcune aree naturali protette che va urgentemente esteso alle città d’arte più sature.
Il Blocco Totale delle Licenze per Affitti Brevi: Finché un proprietario d’immobile guadagnerà in tre giorni con i turisti ciò che guadagnerebbe in un mese con uno studente o un lavoratore, lo spopolamento dei residenti sarà inarrestabile. Sull’esempio di metropoli come New York, Barcellona e Amsterdam, serve una stretta drastica: divieto quasi totale di affittare interi appartamenti sui portali di home-sharing, o tetti rigidissimi. Ridurre drasticamente i posti letto extra-alberghieri è l’unico modo per calmierare il mercato immobiliare e decongestionare le strade.
Piani Regolatori Commerciali Antidegrado: Le città d’arte si stanno svuotando dei negozi di vicinato per fare spazio a una monocultura di negozi di souvenir low cost e fast food. I comuni devono utilizzare la leva urbanistica per bloccare nuove licenze turistiche e incentivare, anche fiscalmente, le botteghe storiche e i servizi per chi la città la vive 365 giorni all’anno.
Il Rilancio dei Borghi e del Turismo Enogastronomico: La vera alternativa alla saturazione dei grandi centri d’arte (il triangolo Venezia-Firenze-Roma) risiede nella valorizzazione del cosiddetto “turismo minore” e delle aree interne. L’Italia possiede una fitta rete di borghi storici che, se integrati con l’eccellenza del nostro patrimonio enogastronomico, possono attrarre un turismo di qualità, “lento” e ad alta capacità di spesa. Valorizzare le strade del vino, i distretti del cibo DOP/IGP e le tradizioni culinarie locali non solo dà un respiro vitale alle città d’arte soffocate, ma combatte lo spopolamento delle aree rurali, distribuendo la ricchezza in modo più equo. Per farlo, tuttavia, servono investimenti strutturali: trasporti locali efficienti, digitalizzazione e una rete di accoglienza diffusa che preservi l’autenticità senza replicare i danni del turismo di massa.
Conclusioni
L’overtourism è un problema reale, ma è soprattutto il sintomo di una transizione e di una ricchezza non governate. La risposta non risiede nei palliativi economici o nella colpevolizzazione del viaggiatore, bensì in una pianificazione urbanistica e politica senza sconti.
Le soluzioni efficaci non sono indolori, richiedono di accettare il compromesso di ridurre i profitti immediati di alcune categorie economiche in favore della sopravvivenza a lungo termine delle comunità locali. Il turismo del futuro o sarà decentralizzato, integrato con le eccellenze del territorio e compatibile con la vita dei residenti, o semplicemente finirà per distruggere le identità e le bellezze che lo alimentano.
Il problema è che è che certe categorie (albergatori, commercianti, colossi del web, regioni, province e comuni), avranno mai il coraggio politico di imporre un vero e proprio blocco degli accessi, o prevarranno sempre gli interessi economici legati ai grandi numeri?