
Viaggio profondo tra l’azzurro del Mediterraneo, l’oro del Jerid e le millenarie pietre di Cartagine
Di Liliana Comandé
L’immagine più accreditata e commerciale della Tunisia corrisponde spesso, agli occhi del turista frettoloso, a quella di un Paese dalla spiccata e quasi esclusiva vocazione balneare. Una cartolina bidimensionale fatta di spiagge contornate da palme geometriche e da strutture ricettive moderne, talvolta un po’ anonime, dove si consumano i ritmi pigri di vacanze preconfezionate a prezzi convenienti secondo la formula del “tutto compreso”. Più raramente, nell’immaginario comune, questa terra diventa il fondale per rapide escursioni ai margini del deserto, nella speranza di improbabili incontri con antiche carovane nomadi o nell’illusione di trasformarsi, per qualche ora, in motorizzati cavalieri transahariani a bordo di un fuoristrada.
Al di là della legittimità di questo tipo di turismo, se si ritiene che il viaggiare sia di per sé una straordinaria opportunità di metamorfosi e di conoscenza, è necessario aprirsi a una lettura molto più articolata. La Tunisia è un palinsesto di civiltà, un territorio denso in cui la realtà ambientale si fonde con una vicenda storica e artistico-culturale che si è sviluppata nell’arco di almeno tremila anni. Il succedersi di così tante dominazioni non ha determinato una semplice e violenta sovrapposizione rispetto alle civiltà preesistenti, ma ha dato vita a un affascinante fenomeno di assimilazione e rivisitazione delle diverse espressioni artistiche. È ciò che accadde per Roma nei confronti della sconfitta Cartagine, e successivamente per la civiltà cristiana, che si innestò sulla precedente tradizione imperiale cercando una propria autonomia creativa, ad esempio nella sublime arte del mosaico. Un altro evidente e significativo fenomeno di sedimentazione è rappresentato dall’elemento berbero, precedente all’arabizzazione della regione, esso costituisce ancora oggi la matrice comune e pulsante delle più interessanti manifestazioni della cultura tradizionale tunisina.
Ogni viaggio, offrendo conoscenze nuove di arte e natura, rappresenta un’incomparabile occasione di arricchimento personale. Un cammino in Tunisia permette di scoprire i caratteri socioculturali di un popolo che negli ultimi decenni ha vissuto profonde e talvolta dolorose trasformazioni, sospeso in un limbo perenne fra la riproposizione dei modelli tradizionali dell’Islam e le spinte a una modernizzazione di stampo occidentale. L’esperienza vissuta attraverso il territorio, dalle coste fino alle oasi più remote, si trasforma rapidamente in un viaggio dell’anima. In pochi giorni si passa da spiagge di sabbia finissima a distese desertiche di rara bellezza e dall’aria misteriosamente magica, attraversando aride regioni semi-desertiche ravvivate solo sporadicamente da verdi palmeti.
Le importanti testimonianze artistiche delle città e le affascinanti immagini del nulla, così straordinariamente pregnante, riempiono gli occhi e il cuore a tal punto che il ricordo stenta ad affievolirsi. La luce a queste latitudini è molto più intensa; ogni cosa riverbera in maniera insolita per uno sguardo impigrito dai grigiori monocromatici delle nostre città occidentali. Gli occhi sembrano liberarsi improvvisamente dalle cortine di smog che abitualmente li offuscano e corrono finalmente verso orizzonti sconfinati. La mente spazia, il cuore si allarga a comprendere il tutto e l’anima si ritempra in un tripudio di emozioni che coinvolge tutti i sensi, avvicinando il viaggiatore a una dimensione quasi spirituale. È una sensazione di estrema calma e pace con sé stessi quella che si prova trovandosi nel deserto, immergendosi in una magica atmosfera che appaga finalmente lo spirito inquieto dell’uomo contemporaneo.

Le radici del tempo: la sintesi geografica e storica
Spesso un attento esame delle caratteristiche geografiche di un territorio può fornire la chiave per comprendere le vicissitudini storiche di cui è stato teatro. Non fa eccezione la Tunisia che, pur essendo parte integrante del Nord-Africa, si protende con le sue coste verso l’Europa, dalla quale la separa un braccio di mare che nel tratto Capo Bon-Marsala non raggiunge i 140 chilometri. Per la sua posizione, può essere considerata il più europeo degli Stati africani, anche se la sua metà meridionale si estende profondamente nel territorio sahariano.
Se da un lato questa particolare collocazione ha reso l’area una tappa obbligata per le popolazioni interessate a spingersi nel bacino occidentale del Mediterraneo, provocandone il costante coinvolgimento nelle lotte per la supremazia marittima e commerciale del mondo antico, dall’altro le caratteristiche del territorio hanno determinato una certa vulnerabilità del Paese ad oriente, direzione dalla quale provennero prima gli Arabi e successivamente i Turchi Ottomani.
Secondo quanto riportato da Virgilio nell’Eneide, Cartagine fu fondata nell’814 a.C. da Didone, sorella di Pigmalione, in fuga dalla tirannia del fratello. I Fenici del Libano, diventati qui Punici, furono inventori di una delle più antiche scritture alfabetiche e diedero vita a un’economia fiorente basata su raffinati scambi commerciali. Le prime presenze dei Romani sono datate al 264 a.C.; da quel momento, Cartagine è sempre stata strutturalmente legata alla storia dell’Urbe. Del resto, la Sicilia si trova in una posizione strategica e gli antichi toponimi presenti sulla costa tunisina rappresentano le tracce nettissime della colonizzazione romana.
Profondamente romanizzato e cristianizzato, il territorio tunisino ha costituito la porta di ingresso e la terra di passaggio ideale per conquistatori e invasori fino alla sua completa arabizzazione. Quest’ultima, iniziata nella seconda metà del VII secolo e sviluppatasi con ritmi piuttosto lenti, influenzò la nuova civiltà e la nuova lingua, che non risentirono che in minima parte della successiva dominazione turca.
Oggi, grazie alla notevole omogeneità religiosa ed etnica, la Tunisia può essere considerata a pieno titolo il Paese più arabo del Maghreb. Per comprendere appieno la vastità di questo passato, è imprescindibile una visita allo splendido Museo Nazionale del Bardo nella capitale Tunisi, il più importante dei musei archeologici del Maghreb e uno dei più ricchi al mondo per quanto riguarda i mosaici romani, oltre a un sopralluogo silenzioso tra le vestigia dell’antica Carthago, dove i secoli sembrano essersi cristallizzati nel vento salmastro.

Il profumo del nord: Hammamet e l’incanto di Sidi Bou-Said
La scoperta della Tunisia settentrionale non può che avere inizio dalla penisola del Capo Bon, un territorio straordinariamente fertile, quasi interamente favorito da microclimi ideali per le coltivazioni di agrumi e ulivi. Nel suo tratto iniziale, il litorale presenta un susseguirsi di brevi pianure costiere che si alternano a tratti dominati da scoscese falesie; poi, superata Hammamet, la fascia costiera va gradualmente allargandosi in un’estesa pianura al cui interno permangono ancora zone selvagge adibite al pascolo. Lo sviluppo di quest’area è stato caratterizzato da profonde trasformazioni. Un tempo a vocazione essenzialmente agricola, la penisola è oggi un comprensorio turistico assai attrezzato e frequentato da una clientela internazionale.
Hammamet vanta la più antica ricettività della Tunisia, con i primi investimenti alberghieri risalenti agli anni Sessanta. Nessuna località interpreta più compiutamente l’immagine turistica del Paese, proponendosi quasi come il simbolo stesso delle vacanze: un clima dolcissimo in ogni stagione, giardini che evocano piantagioni tropicali e alberghi celati discretamente tra cipressi, aranci e buganvillee rampicanti lungo bellissime spiagge. È curioso pensare come quella che oggi è diventata una grande stazione balneare visse pressoché fuori del tempo fino agli anni ’20 del Novecento, quando il miliardario rumeno George Sébastien vi si stabilì facendo costruire una villa sontuosa, celebrata all’epoca come una delle migliori opere dell’architettura contemporanea.
Nel giro di pochi anni, Hammamet si trasformò in un punto di ritrovo d’elezione per scrittori, pittori e intellettuali europei, tra cui André Gide, Georges Bernanos, Paul Klee e Frank Lloyd Wright. Durante la seconda guerra mondiale, la villa e il parco circostante furono persino requisiti e adibiti a quartier generale del maresciallo Rommel. Nonostante la modernizzazione, la città vecchia, con i suoi bastioni e la casbah che la sovrasta dal lato della spiaggia, conserva un aspetto profondamente affascinante, fatto di stradine tortuose, bianche case calcinate e piccole corti interne che profumano di gelsomino.
Hammamet costituisce inoltre un eccellente punto di partenza per esplorare i dintorni. Una delle mete più suggestive è senza dubbio Sidi Bou-Said, un villaggio andaluso risalente a sette secoli fa. Si tratta di un antico insediamento di marabout, i monaci guerrieri, disposto a dominio del mare sulle pendici del Gebel Manar. Luogo santo per i Musulmani, il villaggio trae il suo immenso fascino dalle stradine lastricate, dai giardini appartati e dai patii d’ombra. Le facciate bianche delle case sono impreziosite da stipiti di pietra scolpita, tetti con tegole verniciate e dal blu intenso delle finestre e delle porte borchiate, in un contrasto cromatismo che si rinnova continuamente nel gioco dei volumi architettonici.

Sidi Bou Said: dove il Mediterraneo sposa il cielo
Se la Tunisia avesse un profumo, sarebbe quello di gelsomino che si respira tra i vicoli di Sidi Bou Said. Arroccato su una scogliera che si tuffa a capofitto nel golfo di Tunisi, questo borgo non è semplicemente un luogo da visitare, ma uno stato d’animo. Qui, il tempo sembra essersi fermato per dipingere un quadro eterno, fatto solo di due colori: il bianco accecante della calce e l’azzurro vibrante delle porte e delle finestre.
Passeggiare per le sue stradine acciottolate, tra buganvillee fucsia che si arrampicano sui muri, significa camminare sui passi di artisti, poeti e scrittori che in questa luce hanno trovato la loro musa. Ogni porta borchiata ha una sua personalità, ogni grata di ferro battuto – le tipiche moucharabieh – sembra custodire un segreto sussurrato al vento del Mediterraneo.
Il vero cuore sentimentale di Sidi Bou Said lo si scopre però al tramonto, magari seduti ai tavoli di legno del mitico Café des Délices. Mentre sorseggi un tè alla menta arricchito con pinoli, lo sguardo si perde dove l’azzurro delle case si fonde con quello del mare e del cielo. In quel preciso istante, avvolto da una malinconia dolce e rigenerante, capisci che Sidi Bou Said non è solo una meta turistica: è un richiamo silenzioso a rallentare, a respirare la bellezza e a lasciarsi stringere il cuore da un panorama che non ti lascerà mai più.

I bastioni della fede: Sousse, Monastir e la Steppa di Kairouan
Costeggiando il mare verso meridione, l’azzurro del Mediterraneo accompagna il viaggiatore verso la plurimillenaria Sousse e, subito dopo, verso Monastir, situate all’estremità del golfo dove l’ampia curva delle spiagge cede il passo a calette scogliose. La medina di Sousse spicca con la massa bianca delle sue casette cubiche, isolate e protette da un bastione merlato su cui sembra vegliare la casbah, avvolta in fortificazioni color ocra. Il dinamismo del moderno abitato e delle sue strutture costiere è un’eco lontana dell’epoca aghlabide, il periodo di maggior splendore nella storia della Tunisia musulmana, di cui Sousse conserva preziose testimonianze.
La Grande Moschea dell’XI secolo, con le sue merlature e le massicce torri rotonde, ricorda da vicino una fortezza militare. Lo Ksar er-Ribat, allestito dai famosi Morabiti, è uno dei più importanti monumenti dell’Islam maghrebino. Dall’alto della sua torre di vedetta si gode di una splendida vista panoramica della città e del porto, mentre all’interno la copertura del vestibolo rappresenta un autentico prototipo delle volte a crociera ogivali. All’inizio del IX secolo, questo edificio faceva parte di una serie di fortezze costiere a cui era affidato il compito di assicurare la difesa dell’Islam contro le incursioni cristiane. I ribat erano abitati da monaci-guerrieri che dividevano il proprio tempo tra la preghiera e la guardia costiera; tuttavia, con la nascita di una potente flotta musulmana, queste strutture persero la loro funzione militare, trasformandosi in prestigiosi centri teologici e spirituali.
Poco distante, le scogliere coralline, le rocce a picco sul mare e gli uliveti sterminati caratterizzano il paesaggio di Monastir. Antica base d’appoggio nella campagna africana di Giulio Cesare con il nome di Ruspina, la città assunse nuovamente un ruolo centrale nell’VIII secolo con la costruzione del proprio ribat. La forte tradizione religiosa secondo cui chi prestava servizio per soli tre giorni nel ribat di Monastir si assicurava un posto in Paradiso favorì per secoli un afflusso incessante di fedeli. Divenuta città santa nel corso dell’XI secolo, decadde nei periodi successivi per poi riacquistare importanza sotto i Turchi Ottomani, che ne fecero una solida piazzaforte. In epoca moderna, la città ha legato il suo nome a quello dell’ex-presidente Habib Bourguiba, che ne fece un fulcro economico e politico per l’intera regione centrale.
Abbandonando la costa e addentrandosi nell’entroterra, il paesaggio muta radicalmente. Per chi arriva dalla circostante regione stepposa – una zona dal clima caldo e molto secco, animata solo da qualche ciuffo di artemisia e dai rami spinosi dei giuggioli – Kairouan appare come un accampamento che spunta improvvisamente in mezzo al deserto, producendo l’effetto quasi magico di una città del passato. Ed effettivamente, proprio da un campo militare ebbe origine: la leggenda narra che il condottiero Uqba ibn Nafi vi fermò la sua carovana (da cui il nome Kairouan) e, dopo aver ordinato ad animali ostili e scorpioni di liberare il luogo, vi fondò la città da cui sarebbe partita la conquista del Maghreb.
Fino al secolo scorso, la regione circostante era un’immensa area pastorale dominata da beduini nomadi. Della sua origine militare, Kairouan conserva ancora oggi le alte fortificazioni e le case sorte all’ombra dei santuari. La città è il cuore spirituale della Tunisia, e il minareto della sua Grande Moschea, che svetta austero sulla steppa circostante, rimane il punto di riferimento e di adunata dell’Islam maghrebino.

Il Jerid e lo spettacolo delle Oasi di Tozeur e Nefta
Attraversando l’importante regione estrattiva del sud-ovest tunisino, dominata dai complessi minerari di Gafsa da cui provengono i fosfati che costituiscono una fetta fondamentale delle esportazioni del Paese, si giunge finalmente alle oasi del Jerid, il vero e proprio “paese delle palme”. Tozeur, Nefta, el-Oudiane ed el-Hamma du Jerid sono perle incastonate lungo la lingua di terra che separa lo Chott el-Jerid dallo Chott el-Gharsa, al limite estremo fra la zona delle steppe e quella più propriamente desertica. Il clima qui è severo, tipicamente predesertico, con escursioni termiche che spaziano dai quarantanove gradi delle giornate estive alle minime invernali che scendono sotto lo zero.
Dai palmeti di questa zona provengono i migliori datteri del mondo, appartenenti alla pregiata specie deglet en-Nour, che significa letteralmente “dita di luce”, per via della straordinaria trasparenza color ambra che i frutti acquistano una volta giunti a maturazione. Le palme da dattero, creature maestose che possono vivere fino a centocinquanta anni e raggiungere i venticinque metri d’altezza, formano una fitta architettura vegetale a tre livelli: alla loro ombra protettiva crescono infatti alberi da frutto più bassi e, a terra, ortaggi di ogni genere, coltivati in giardini irrigati accuratamente secondo una rigida e saggia normativa idrica stabilita fin dal XIII secolo.
L’oasi di Tozeur è senza dubbio una delle più spettacolari di tutta l’Africa nord-orientale: irrigata da duecento sorgenti naturali, occupa oltre mille ettari di terreno con un patrimonio di circa duecentomila piante. Costeggiando i canali d’irrigazione principali si raggiungono angoli di assoluta poesia visiva, dove ciuffi di palme si specchiano nell’acqua limpida ai piedi di rocce corrose dal vento. Salendo sulle colline circostanti, lo sguardo può finalmente abbracciare l’intero palmeto, la città di Tozeur e, lontano all’orizzonte, il profilo abbacinante dello Chott el-Jerid e le prime sabbie del Sahara.
A Tozeur l’architettura stessa è un’opera d’arte. Le case del centro storico, ma anche le costruzioni più recenti, sono caratterizzate da facciate decorate a mosaico con mattoni ocra sporgenti e rientranti, che creano complessi motivi geometrici. Si tratta di un tipo di decorazione di chiara origine berbera, strettamente imparentata con i disegni tradizionali dei tappeti e dei tessuti locali. Per penetrare l’anima di questa cultura, una visita al Museo Etnologico Dar Cherait offre uno spaccato prezioso della vita domestica locale, tra costumi cerimoniali, gioielli d’argento e armi antiche. La stessa cura si ritrova passeggiando nella splendida Medina del XIV secolo: il consiglio è quello di visitarla al mattino presto, quando la luce tersa dona ai mattoni riflessi decisi e caldi, e il silenzio perfetto diventa il complice ideale per assaporare la quotidianità del luogo, incrociando i giochi dei bambini nei vicoli o il passo lento di un uomo a dorso d’asino.

Lasciandosi alle spalle la costa, la terra inizia a sollevarsi e a farsi dura. È qui, tra le pieghe aride delle montagne del Dahar, che si incontra Matmata. Geograficamente è un paradosso visivo: un villaggio che non si vede finché non ci si è sopra, dove l’uomo ha scavato la roccia per difendersi dal clima. Ma questa fortezza di pietra e argilla è solo l’anticamera di un’altra metamorfosi del paesaggio, bastano poche decine di chilometri verso ovest perché le montagne si appiattiscano di colpo, cedendo il passo prima alla sabbia di Douz e poi all’abbacinante distesa bianca del Chott el-Djerid.

Il grande vuoto d’argento: l’attraversamento dello Chott el-Jerid
Lasciata Tozeur, la strada si inoltra in uno dei paesaggi più alieni e drammatici del pianeta: lo Chott el-Jerid. Questa immensa distesa di sale, che si estende per chilometri e chilometri, appare inizialmente come una superficie priva di ogni forma di vita, dominata da riflessi argentei, bianchi e violacei. La strada corre su una lunga massicciata di sabbia riportata che taglia letteralmente in due il lago salato; in alcuni tratti, la sensazione di trovarsi sospesi su una superficie liquida e infinita diventa quasi opprimente.
I riverberi del sole allo zenit acuiscono l’emozione e il paesaggio assume caratteristiche del tutto irreali. A causa della luce accecante si fatica a tenere gli occhi aperti, ma lo spettacolo visivo è talmente insolito da ripagare ogni sforzo. Spesso, nel mezzo della distesa salina, l’occhio viene ingannato da quelli che sembrano miraggi, è il caso della carcassa di un vecchio pullman turistico, arenatosi nel sale anni fa e oggi trasformato in una bizzarra scultura moderna corrosa dagli elementi.
I cambiamenti cromatici dello Chott nelle diverse ore della giornata sono spettacolari e meriterebbero lunghe soste per essere apprezzati appieno. La regione degli Chott, che taglia geograficamente in due la Tunisia all’altezza del golfo di Gabès, è una vasta depressione geologica lunga circa 350 chilometri; queste distese si ricoprono di un sottile velo d’acqua salmastra solo durante la stagione delle piogge, rimanendo per il resto dell’anno superfici instabili, croste saline ingannevoli e difficilmente praticabili al di fuori delle rotte tracciate.
Allontanandosi a malincuore da questo deserto di sale, dopo decine di chilometri l’asfalto torna a essere costeggiato dalle prime palme che annunciano la sequenza di oasi distribuite a pelle di leopardo verso Kebili. Sono veri e propri miracoli di vita in un paesaggio altrimenti ostile all’insediamento umano, circondato da hammada pietrose e dalle prime dune del Grande Erg. Lungo questa direttrice, meritano una sosta le affascinanti formazioni di sabbia bianca pietrificata, collinette modellate dal vento che, con le loro grotte e concrezioni calcaree, spuntano impertinenti sulla superficie piatta del territorio, offrendo una divertente e insolita opportunità di esplorazione.

Douz: il tramonto sulla frontiera del Sahara
Arrivati a Douz, la sensazione di trovarsi in un territorio di frontiera diventa assoluta. Ci si trova realmente ai confini del deserto vero e proprio: da questo antico avamposto terminano le strade battute e partono le piste carovaniere che si addentrano nel cuore del Sahara. L’oasi di Douz ospita ancora oggi un animato mercato settimanale, punto di ritrovo irrinunciabile per gli allevatori nomadi di cammelli e dromedari. Ed è proprio a dorso di questi animali che è possibile compiere escursioni tra le dune, un’esperienza che tocca l’apice dell’emozione durante le ore del crepuscolo.
È fondamentale raggiungere la cresta delle dune in tempo per assistere al sole che scompare dietro l’orizzonte sabbioso. Dopo una primissima fase di sconcerto e di comprensibile disagio fisico per chi non è abituato alla sella o alla vastità degli spazi aperti, l’avventura si rivela straordinariamente profonda. I tramonti nel deserto possiedono un fascino incomparabile che ammalia lo spirito: non appena il disco solare si tinge di un intenso color amaranto, i raggi crepuscolari si diffondono nel cielo come una magica tela rosata. Questa luminescenza persiste a lungo sospesa sull’orizzonte, finché la prima stella della sera, lucente come uno spillo d’argento, giunge a forare il tessuto ormai blu cobalto della volta celeste, lasciando il posto a un cielo stellato di una purezza sconosciuta alle latitudini europee.
Douz, tipico villaggio del deserto, custodisce gelosamente i propri usi tradizionali, celebrati ogni anno nel celebre Festival International du Sahara. Si tratta di una manifestazione culturale di immenso interesse, durante la quale è possibile assistere a autentici spettacoli di folklore nomade, rievocazioni di matrimoni tradizionali, caccia con i velrieri sloughi, corse di cammelli e la celebre fantasia, la spettacolare carica dei cavalieri arabi in sella a destrieri velocissimi. Nel panorama culturale tunisino, queste feste regionali, spesso sovrapposte a ricorrenze religiose, rappresentano il legame più autentico con il passato.
Gli abitanti di queste regioni desertiche sono popolazioni nomadi maghrebine più o meno sedentarizzate, tra cui spicca l’etnia Berbera. All’interno della complessa società tunisina – in cui coesistono l’anima mercantile delle città costiere, lo spirito intellettuale di Tunisi, il profondo misticismo di Kairouan e l’intraprendenza delle genti della steppa – emerge un substrato comune che affonda le sue radici proprio nell’elemento berbero. Nelle regioni meridionali, dove la presenza berbera è storicamente più massiccia, le tradizioni culturali sono state custodite con maggiore orgoglio e autenticità, sfuggendo alle standardizzazioni turistiche. Le manifestazioni più straordinarie riguardano la musica e le danze, in cui la tradizione andalusa si fonde con ritmi africani e orientali, e dove le donne indossano ancora pesanti e magnifici gioielli d’argento lavorati a mano, simboli visibili di un’identità mai sottomessa.

Jerba: l’isola del mito e la geometria dei Menzel
Il viaggio non può che concludersi a Jerba, l’isola dei Lotofagi cantata da Omero nell’Odissea, la terra mitica che Ulisse e i suoi compagni fecero così tanta fatica ad abbandonare dopo aver assaggiato il dolce frutto dell’oblio. Oggi Jerba è una delle mete turistiche più celebri del Paese, ma dietro la facciata dei resort di lusso si nasconde un microcosmo culturale unico. Le spiagge finissime che disegnano il profilo dell’isola nell’azzurro del mare si fondono con una vegetazione lussureggiante e con i tipici menzel, le abitazioni tradizionali quadrate sormontate da cupole bianche che spuntano come funghi tra i palmeti.
Nota fin dall’antichità, Jerba vide il passaggio dei Fenici, di Cartagine e successivamente di Roma. Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, l’isola visse secoli di profonde turbolenze, invasa prima dai Vandali, poi dai Bizantini e infine conquistata dagli Arabi nel 667. La resistenza degli abitanti locali contro i vari dominatori del Mediterraneo (Normanni di Sicilia, Aragonesi e Spagnoli) trasformò l’isola, a partire dal XV secolo, in un temuto covo di pirati e corsari. Nel 1560, una grande spedizione militare cristiana organizzata da Spagna, Francia e Regno di Napoli per sradicare la pirateria si risolse in una clamorosa e sanguinosa disfatta navale contro il corsaro Dragut, appoggiato dalla flotta ottomana.
La maggior parte degli abitanti di Jerba è di origine berbera e parla ancora l’antica lingua originaria. Una delle caratteristiche più affascinanti dell’isola è l’assenza di grandi agglomerati urbani storici, se si esclude il capoluogo amministrativo Houmt-Souk, il cui nome significa letteralmente “il quartiere del mercato”. Il resto della popolazione vive disperso nei giardini interni dell’isola. Le palme formano un anello verde profondo lungo tutta la costa, mentre l’interno è dominato da ulivi talora antichissimi, alberi di fico che regalano frutti saporiti fatti essiccare per l’inverno, e fitti frutteti di meli, mandorli, aranci e melograni all’ombra dei quali vengono coltivate verdure di ogni tipo, dando all’isola l’aspetto di un immenso e lussureggiante giardino galleggiante.

Nonostante l’impatto del turismo di massa, Houmt-Souk ha saputo conservare intatto il suo carattere di animato emporio commerciale. I souk nel centro dell’abitato sono un labirinto di piazzette collegate da passaggi a volta, cortili circondati da gallerie e piccole botteghe artigiane. Particolarmente inebrianti sono i vicoli dedicati alle spezie: dal rosso vivo del peperoncino al verde del coriandolo, dal profumo dolce della cannella all’intensità dello zenzero, dello zafferano e dell’anice, è una girandola di colori sfavillanti e aromi pungenti che regala un’intensità rara alla vista e all’olfatto.
Vagabondare senza una meta precisa e dedicarsi all’arte del mercanteggiare nei souk è una delle esperienze più autentiche e divertenti di un viaggio in Tunisia. Il prezzo dei prodotti artigianali non è mai fisso, la contrattazione è un rituale indispensabile che si svolge secondo regole teatrali non scritte, basate sul tempo e sulla reciproca pazienza. La richiesta iniziale del commerciante può essere il doppio o il triplo del valore reale, e spetta all’abilità del viaggiatore trovare la soglia minima d’accordo attraverso un gioco di rilanci pacati e sorrisi.
Tra i prodotti dell’artigianato locale spiccano per convenienza e bellezza i tappeti in lana, le ceramiche decorate di Guellala, i lavori in rame sbalzato, i monili in argento berbero e le celebri, graziosissime gabbie per uccelli modellate sullo stile di Sidi Bou-Said: veri e propri palazzi in miniatura in filo di ferro bianco e blu, decorati con riccioli, cupole e piccoli belvedere. Oggetti che, una volta portati a casa, continueranno a racchiudere tra le loro trame il canto del vento, il calore del sole sahariano e l’incanto senza tempo di una Tunisia dai mille volti.

L’Anfiteatro romano di El Jem (l’antico Thysdrus)
Eppure, se dovessi scegliere un’ultima immagine da portare nel cuore di questa Tunisia, non avrei dubbi: le pietre dorate dell’anfiteatro di El Jem. Camminare tra le sue imponenti arcate millenarie, scendere nei sotterranei dove un tempo attendevano i gladiatori, ti fa ridimensionare lo scorrere del tempo. È il Colosseo d’Africa, ma senza il rumore della modernità intorno. Una meraviglia monumentale che chiude perfettamente il cerchio di questa terra straordinaria.
E davvero uno dei gioielli più incredibili della Tunisia. Spesso viene chiamato “il Colosseo del Nord Africa” e, per certi versi, è persino più godibile di quello di Roma perché è incredibilmente ben conservato e meno affollato. Non era un’arena di provincia qualunque, quello di El Jem è il terzo anfiteatro romano più grande al mondo per capacità, superato solo dal Colosseo e da quello (oggi quasi distrutto) di Capua. Poteva ospitare fino a 35.000 spettatori. A differenza di molti altri monumenti antichi, non è stato smantellato del tutto per riutilizzarne le pietre. Le sue imponenti arcate si stagliano ancora oggi nel panorama cittadino, visibili da chilometri di distanza. Nel 1979 è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Una delle parti più suggestive che si possono visitare sono i sotterranei. Puoi camminare esattamente dove venivano tenuti i gladiatori e le gabbie delle fiere prima di essere sollevati nell’arena tramite montacarichi.

Il cerchio si chiude
Lascio la Tunisia con gli occhi pieni del bianco e dell’azzurro di Sidi Bou Said, del silenzio del deserto e del profumo di spezie delle medine. Eppure, sulla mappa, resta quel cerchio rosso intorno a qualcosa che ancora non ho visto e che, questa volta, ho solo potuto sfiorare con l’immaginazione. Ma dopotutto, il bello dei viaggi è proprio questo, lasciare sempre qualcosa indietro, un tassello incompiuto, che non è un rimpianto, ma la scusa perfetta per voltarsi indietro e promettersi di tornare.