Di Liliana Comandé
Mentre i palazzi della politica si riempiono la bocca di “turismo come petrolio d’Italia”, c’è un’intera filiera che viene sistematicamente lasciata a secco.
Parliamo dell’outgoing, quel settore che permette agli italiani di viaggiare nel mondo e che, per il Ministero del Turismo, sembra semplicemente non esistere.
È frustrante, se non grottesco, assistere a una gestione della cosa pubblica che ignora deliberatamente una fetta enorme del mercato, trattandola quasi come un “fastidioso rumore di fondo” e non come parte integrante di un sistema turistico circolare.
L’outgoing è un gigante economico che muove miliardi di euro, garantisce il lavoro a migliaia di agenzie di viaggi e permette a milioni di italiani di scoprire il mondo. Eppure, a giudicare dalle agende governative e dai piani strategici nazionali, sembrerebbe che viaggiare al di fuori dei confini italici sia un vizio privato, un’anomalia del sistema o, peggio, quasi un “tradimento alla patria”.
Turismo buono e turismo cattivo
La retorica ministeriale è ferma ancora alla visione del fatto che il turismo è “buono” solo se lo straniero porta i soldi qui. Ma qualcuno lo capisce che un’agenzia che vende un tour in Lapponia o una crociera ai Caraibi è un’impresa italiana a tutti gli effetti?
Per il Ministero, da sempre, di qualsiasi colore esso sia, chi si occupa di far viaggiare gli italiani è un cittadino di serie B, un “esportatore di capitali” da guardare con sospetto invece che un imprenditore da sostenere.
Mentre si stendono tappeti rossi per l’incoming — giustamente, sia chiaro, — l’industria dell’outgoing viene regolarmente lasciata a digiuno.
Sembra esistere una narrazione distorta secondo cui il turismo sia un successo, e il comparto esista, solo quando “portiamo i soldi in Italia”.
Mi piacerebbe sapere se qualcuno ha mai spiegato al Ministero che:
- Le agenzie di viaggi e i tour operator italiani che fanno outgoing pagano le tasse in Italia;
- Le tasse restano qui. Chi prenota un viaggio all’estero in un’agenzia sotto casa contribuisce al fisco italiano, paga stipendi italiani, paga l’affitto e le bollette in Italia e finanzia anche il welfare italiano;
- I dipendenti del settore sono cittadini italiani che mantengono le loro famiglie grazie alla vendita di pacchetti per l’estero;
- Gli agenti di viaggio e i tour operator sono consulenti esperti (per carità, esistono – come in tutti i campi – le dovute eccezioni) e non semplici “bigliettai”. Trattarli come soggetti di serie B significa svalutarne anni di competenze;
- Il turismo è un ecosistema circolare, senza una rete distributiva forte (che vive di outgoing), crolla anche la capacità di gestire i flussi interni;
- Se le compagnie aeree non hanno flussi in uscita, tagliano le rotte. Se tagliano le rotte, anche l’incoming ne risente drasticamente. È un sistema interconnesso, non un compartimento stagno.
Forse sono cose tanto ovvie alle quali, però, non hanno mai pensato!
Ma che problemi hanno?
Sembra quasi che viaggiare fuori dai confini nazionali sia considerato una fuga di capitali. La realtà è che l’outgoing è il motore che tiene in piedi le agenzie di viaggi durante tutto l’anno, non solo nei tre mesi estivi.
Eppure, quando si parla di fondi, di sgravi fiscali o di tutele, la risposta è sempre la stessa: silenzio. Si parla di Digital Tourism Hub, ma si pensa solo alla promozione del borgo medievale (sacrosanta, per carità), dimenticando di digitalizzare e sostenere chi porta l’Italia nel mondo e il mondo agli italiani.
Un settore abbandonato al proprio destino
Durante la pandemia abbiamo assistito allo spettacolo deprimente di un comparto che chiedeva aiuto e riceveva briciole o, peggio, silenzio.
Mentre altri Paesi europei proteggevano i propri colossi del viaggio, in Italia l’outgoing è stato trattato come un “optional”.
Ancora oggi, mancano incentivi alla digitalizzazione specifici per chi vende il mondo, mancano tutele reali contro l’abusivismo online e, soprattutto, manca una visione diplomatica del viaggio, ovvero l’approccio al viaggio basato sul rispetto culturale e sulla gestione delle relazioni.
Viaggiare all’estero non è solo svago: è cultura, è apertura mentale, è formazione, mediazione, dialogo fra culture diverse evitando pregiudizi. Ignorarlo significa voler chiudere l’Italia in una bolla autarchica che non esiste più dal secolo scorso.
l’Incoming ha bisogno dell’Outgoing
Nessun mercato aereo o ferroviario sta in piedi con voli pieni solo in una direzione. Se non sosteniamo la domanda degli italiani che vogliono andare all’estero, perderemo competitività sui collegamenti.
Meno voli in uscita significano costi più alti anche per chi vuole venire a trovarci. È l’ABC dell’economia dei trasporti, eppure al Ministero sembrano saltare regolarmente questa lezione.
Non si chiede di togliere risorse alla promozione del Made in Italy, ma di smetterla di considerare chi lavora con l’estero come un orfano.
Un’agenzia che vende un viaggio in Giappone crea ricchezza in Italia esattamente come un hotel che ospita un turista straniero in una qualsiasi città italiana.
Durante le crisi, l’outgoing è stato il primo a essere colpito e l’ultimo a essere considerato. Non un incentivo serio per la digitalizzazione di chi vende il mondo, non una tutela reale contro i giganti del web che evadono il fisco mentre le nostre agenzie vengono tartassate. Non si può più accettare che il turismo venga inteso solo come accoglienza mentre è movimento in ogni direzione.
Trattare il viaggio all’estero come un “capriccio” invece che come un’industria è un insulto alla nostra intelligenza e al lavoro di migliaia di persone.
La discriminazione di un comparto che vale miliardi
Il nostro è uno strano Paese, davvero!
E un Paese che non valorizza il desiderio dei propri cittadini di scoprire il mondo è un Paese che si sta chiudendo in se stesso. Ma, soprattutto, un Governo che ignora le aziende che rendono possibile tutto questo è un Governo che non ha idea di come funzioni l’economia globale del turismo.
Non si può più accettare che il turismo venga inteso solo come “accoglienza”. Turismo è movimento, in ogni direzione. È ora che il Ministero riconosca all’outgoing il ruolo che gli spetta: quello di un pilastro fondamentale dell’economia nazionale.
Il turismo è movimento, è scambio, è libertà di andare e tornare.
L’outgoing non chiede elemosina, chiede il riconoscimento della propria dignità industriale.
Non siamo un settore invisibile, anzi, siamo un settore molto importante.
Un settore outgoing forte non sposta solo capitali, ma muove idee, apre menti e costruisce cittadini del mondo più consapevoli.
Rendere visibile l’outgoing significa valorizzare quell’arricchimento umano che i viaggiatori riportano a casa, trasformando ogni ritorno in un investimento sul futuro culturale del nostro territorio.