
Un viaggio-reportage nel subcontinente dove il tempo si fa eterno, dalle vette himalayane alle coste del sud, una terra di contrasti che rapisce l’anima e ridefinisce il concetto stesso di scoperta
Di Liliana Comandé
Mistero e religiosità affondano le radici sin dall’origine dei tempi in India, un luogo dove civiltà, cultura, tradizione e storia si fondono in una luce che splende per additare alle genti una meta da raggiungere. Questo immenso territorio, custodito da un popolo semplice ma fiero della propria eredità, viene sempre più capito e apprezzato da quanti vi si accostano.
Non si tratta di un semplice Paese, ma di un vero e proprio continente dove il passato incontra costantemente il presente, offrendo una varietà caleidoscopica che spazia dalle altezze nevose dell’Himalaya alle foreste tropicali del sud, fino alle spiagge dalla candida sabbia e dal mare cristallino.

Visitare l’India è come vivere un sogno a occhi aperti, un tuffo in un mondo che parla a chiunque attraverso la diversità di razze, culture, linguaggi e ambienti. I palazzi dei Maharaja si alternano a lussuosi alberghi e bungalow nelle riserve faunistiche.
I mercati folkloristici e i musicanti di strada convivono con templi millenari, deserti silenziosi e testimonianze di passate dominazioni che si offrono alla meditazione del visitatore. Tracciare un unico itinerario è limitativo per la grandiosità di questa terra, ma è possibile viaggiare attraverso le sue città più iconiche, estendendo il cammino per toccare con mano l’anima di ogni sua regione.

Il Nord dei contrasti: tra Fede, Eros e l’Impero dei Moghul
Il viaggio comincia idealmente a Delhi, storica capitale ricca di splendori e di gloria. Divisa tra la Città Vecchia e la Nuova, ha una storia che risale a oltre tremila anni fa. Sette volte Delhi ha combattuto per la propria sopravvivenza, e ogni occupazione — indù, musulmana, moghul e inglese — vi ha lasciato una ricca eredità architettonica. Tra gli oltre 1500 monumenti e i magnifici giardini, si respira ancora l’eco dell’epoca in cui l’imperatore persiano Nadir Shah saccheggiò il Trono del Pavone e il diamante Koh-i-Noor. Spostandoci verso est, lungo le rive del fiume sacro Gange, si incontra Varanasi, nota anche come Benares o Kashi. È il cuore spirituale dell’Induismo e una delle più antiche città ancora esistenti al mondo, già fiorente quando Roma veniva fondata. Qui, tra i ghat che digradano verso l’acqua e le cerimonie sacre all’alba, il misticismo si fa tangibile.
Poco più a sud, nello stato del Madhya Pradesh, il villaggio di Khajuraho celebra invece l’unione tra sensualità e spiritualità. Dei complessi templari costruiti dalla dinastia Chandela tra il 950 e il 1050, oggi rimangono poco più di venti strutture, celebri in tutto il mondo per le sculture in pietra che riproducono con abilità artistica la vita dell’epoca: la caccia, la musica, il dubbio, la gelosia e l’amore erotico, popolato dalle fanciulle celesti, le Apsara.

Proseguendo l’itinerario verso nord si giunge ad Agra, la città che custodisce il Taj Mahal, il sublime monumento all’amore fatto innalzare nel 1652 dall’imperatore Shah Jahan per l’adorata moglie Mumtaz Mahal. Costruito in marmo bianco e pietre preziose, la sua visione più commovente si ha ancora oggi dalla torre della Fortezza di Agra, dove l’imperatore passò i suoi ultimi anni da prigioniero, fissando la tomba della consorte oltre il fiume Jamuna.
A breve distanza da Agra si incontra Fatehpur Sikri, la splendida città fantasma in arenaria rossa costruita dall’imperatore Akbar e abbandonata dopo pochi anni a causa della mancanza d’acqua, rimasta intatta come un perfetto fossile architettonico dell’impero Moghul. Proseguendo verso il confine settentrionale, dove le pianure incontrano le prime colline, si trova Amritsar, la città santa dei Sikh situata nel Punjab. Qui sorge il Tempio d’Oro, un capolavoro specchiato in un bacino d’acqua sacra, dove migliaia di pellegrini si radunano ogni giorno in un’atmosfera di profonda pace e condivisione comunitaria.

Le meraviglie del Rajasthan, l’oro, il rosa e il blu del deserto
Il grande deserto del Thar custodisce le gemme del Rajasthan, una terra di guerrieri e principi. Si parte da Jaipur, la capitale dello stato, universalmente nota come la “città rosa” per il colore dei suoi edifici di arenaria. Fondata dal re astronomo Sawai Jai Singh II, fu pianificata seguendo le regole del Shilpa Shastra, l’antico trattato indù sull’architettura. Tra le mura e le sette porte della città, la vivacità dei bazar si mescola ai turbanti colorati degli uomini e ai sari delle donne. Nel cuore del deserto appare poi come un miraggio Jaisalmer, la città d’oro racchiusa tra mura di arenaria gialla. Fondata nel XII secolo da Rawal Jaisal, questa fortezza medievale è famosa per le sue viuzze strette e le Haveli, gli imponenti palazzi privati splendidamente scolpiti che si accendono di sfumature calde all’alba e al tramonto.
Poco distante si erge Jodhpur, la splendida città fortificata cinta da dieci chilometri di altissime mura e dominata dall’imponente Forte Mehrangarh. Fondata nel 1459, è celebre per le sue case dipinte di azzurro e per le elaborate grate in pietra dei suoi palazzi.
Più a nord si trova invece Bikaner, antico avamposto nel deserto settentrionale fondato nel 1488, il cui Lalgarh Palace, o Forte Rosso, mostra un perfetto connubio tra lo stile rajput e i grandi prati all’inglese. Scendendo verso la parte meridionale della regione, tra le verdi colline Aravalli, si rivela infine Udaipur, la città più romantica dell’India, adagiata su laghi di un blu splendente e dominata da candidi palazzi di marmo. A breve distanza si trova anche il celebre santuario indù di Nathdwara, meta di devoti diretti al cospetto del Dio Krishna.

Varanasi, il respiro dell’eternità sul Gange
Varanasi non è una tappa come le altre, è il cuore pulsante, intimo e profondo di tutta l’India, il luogo in cui il confine tra il mondo terreno e l’eterno si fa sottile come un velo. Meritava uno spazio centrale, capace di restituire quell’emozione unica che lascia senza fiato.
Se l’India è un viaggio dell’anima, Varanasi ne è la destinazione finale, il luogo in cui il misticismo smette di essere un concetto astratto e diventa carne, pietra, fuoco e acqua. Conosciuta anche come Benares o Kashi, la “Città della Luce”, è il cuore spirituale dell’Induismo e una delle più antiche città continuamente abitate del pianeta. Era già un fiorente centro culturale e commerciale quando Roma muoveva i suoi primi passi, e conserva intatta un’energia spirituale che travolge e rapisce chiunque vi si accosti.
Il fulcro di questo universo è il fiume sacro, il Gange. È qui, lungo i celebri Ghat — le immense scalinate di pietra che digradano verso l’acqua — che si consuma il ciclo della vita e della morte, senza filtri e con una naturalezza disarmante.

L’alba d’oro e il risveglio del sacro
L’esperienza più commovente e indimenticabile di Varanasi si vive scivolando silenziosamente in barca sul fiume alle prime luci del mattino. Mentre la nebbia si dirada, una luce dorata e irreale avvolge la città, rivelando uno spettacolo che si ripete identico da millenni.
Sulle rive, migliaia di pellegrini giunti da ogni angolo del subcontinente si immergono nelle acque sacre per purificare i propri peccati, recitando mantra a mani giunte rivolti verso il sole nascente. Accanto a loro, santoni dai lunghi capelli intrecciati (i Sadhu) meditano immobili in posizioni yoga, mentre le donne in sari variopinti stendono ad asciugare lunghi drappi di stoffa colorata sulle pietre dei ghat, creando un gigantesco mosaico cromatico.

Il ciclo della vita e la cerimonia del fuoco
Poco più in là, l’atmosfera si fa densa e profonda al Manikarnika Ghat, il principale ghat crematorio. Qui, i roghi ardono incessantemente giorno e notte. Per un induista, morire a Varanasi o essere cremato sulle rive del Gange significa spezzare il Samsara, il ciclo infinito delle rinascite, e raggiungere la liberazione eterna (Moksha). Osservare questo rituale non trasmette angoscia, ma una profonda e solenne sensazione di pace, la morte non è vissuta come un tabù, ma come il passaggio naturale e sacro dell’esistenza.
Al tramonto, la prospettiva cambia e la città si accende di una gioia vibrante. Al Dashashwamedh Ghat va in scena il Ganga Aarti, la spettacolare offerta al fiume. Giovani sacerdoti brahmini, vestiti con paramenti di seta, eseguono una coreografia millenaria agitando enormi lampade d’ottone fiammeggianti, al ritmo ipnotico di tamburi, campane e canti devozionali.

L’aria si riempie del profumo d’incenso, di sandalo e di gelsomino, mentre centinaia di devoti affidano alla corrente del Gange piccole barchette di foglie cariche di fiori e lumini accesi. In pochi minuti, il fiume si trasforma in una via lattea galleggiante, un riflesso terrestre del cielo.
Varanasi è un assalto ai sensi e al cuore. Dietro i ghat si snoda un labirinto di vicoli strettissimi, profumati di spezie e sterco vaccino, dove si nascondono templi dorati come il Kashi Vishwanath e botteghe dove i maestri tessitori creano ancora a mano i preziosissimi sari in seta di Benares. È una città che non scende a compromessi, può destabilizzare, ma possiede un fascino coinvolgente e misterioso che si tatua nell’anima. Chi lascia Varanasi non lo fa mai da spettatore, ma da testimone di un segreto eterno.

La forza delle metropoli costiere, da Mumbai a Calcutta
Le grandi città di mare raccontano l’incontro dell’India con le rotte commerciali d’oltremare. Mumbai, la vera porta dell’India e capitale del Maharashtra, sorge in una splendida baia naturale che originariamente univa sette isole abitate dai pescatori Koli. Passata sotto il dominio britannico come dote della principessa portoghese Caterina di Braganza, si è trasformata in una metropoli di grattacieli e fermento industriale, spesso definita la “Mini Manhattan” indiana e cuore pulsante della cultura cinematografica contemporanea.
Dall’altro lato del subcontinente, affacciata sul golfo del Bengala, sorge Calcutta. Fondata nel 1690 per conto della Compagnia delle Indie Orientali, la città emana un’atmosfera unica ed è considerata la capitale intellettuale del Paese. Camminando per le sue strade si incontrano la Cattedrale neo-gotica di Saint-Paul, il monumentale Victoria Memorial in marmo bianco e la casa natale di Rabindranath Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1913. Il momento più suggestivo per visitarla è a inizio ottobre durante la festa del Durga Puja, quando l’intera città si illumina per rendere omaggio alla Dea.

Il Sud dei grandi templi e dei paradisi tropicali
Scendendo verso l’India meridionale, la cultura dravidica si mostra in tutta la sua complessa e antica bellezza. Nel Tamil Nadu, terra bagnata dal golfo del Bengala, vive un popolo affascinante, storicamente celebrato per le grandi capacità scientifiche e matematiche. La capitale è Madras (Chennai), fondata nel 1640 e considerata l’accesso per il Sud. Da qui si snodano gli itinerari verso i grandi centri religiosi come Kanchipuram, Mahabalipuram, Tanjavur e Madurai, città caratterizzate dai maestosi gopuram, le torri d’ingresso dei templi ricoperte da migliaia di sculture colorate. Il viaggio in questa regione può spingersi fino a Kanyakumari, l’estrema punta meridionale dove si incontrano tre mari, o risalire verso i freschi rifugi montani di Kodaikanal.
Spostandosi nell’adiacente stato del Karnataka, si incontra Bangalore, la città-giardino dell’India del sud, oggi grande polo tecnologico ma ricca di parchi come il Cubbon Park, monumenti legati a Tipu Sultan e templi antichi come il Bull Temple, dove un enorme toro è scolpito in un unico blocco di granito grigio. Poco distante sorge Mysore, la città della seta, dei palazzi reali e del legno di sandalo. Durante i dieci giorni della festa del Dasara, tra settembre e ottobre, la città fa rivivere gli antichi splendori del passato principesco attirando visitatori da ogni dove.

Il viaggio si conclude idealmente lungo la costa occidentale. Prima nello stato del Kerala, un paradiso tropicale che si estende per oltre cinquecento chilometri sul Mare Arabico, dove le palme da cocco incorniciano spiagge dorate e fitti canali interni, le celebri backwaters. Questa terra ha da sempre attirato fenici, egizi, arabi ed europei, desiderosi di commerciare spezie pregiate come zenzero, cardamomo e pepe.

Infine, poco più a nord, si incontra Goa, la perla d’Oriente. Con i suoi cento chilometri di costa, Goa conserva intatto un caratteristico sapore portoghese ereditato dai secoli di dominazione coloniale, visibile nell’architettura delle sue grandi chiese bianche, nelle tipiche piazze e nelle taverne affacciate sul mare.
L’India rimane così una terra di molte religioni, fascino e profondo misticismo, capace di accogliere ogni viaggiatore con il suo celebre saluto a mani giunte, il Namaste. Un Paese impossibile da dimenticare, dove le movenze delle danze tradizionali, i profumi dei mercati e i colori dei tramonti restano impressi nella memoria come una dolce e misteriosa melodia.

Il Mal d’India. Il ritorno e il mistero del ricordo
Dopo aver attraversato la vertigine spirituale di Varanasi, la maestosità imperiale di Agra e Delhi, i colori caldi del Rajasthan e la pace tropicale del sud, ci si accorge che l’India non è un viaggio che si può semplicemente “archiviare”. È una terra che richiede tempo per essere metabolizzata, perché non si limita a mostrarsi agli occhi, si impossessa dei pensieri.
Il vero mistero che avvolge ogni visitatore è proprio questo. Una volta tornati a casa, l’assalto ai sensi si trasforma in una dolce musica. Resta il ricordo vivido delle movenze del corpo, dell’espressività dei visi e della gestualità millenaria delle mani nella danza tradizionale, da cui scaturisce un fascino coinvolgente e misterioso.

L’India è un Paese che non si dimentica. È una terra dove, non appena si parte, si avverte già il desiderio profondo di ritornare. Ci si ritrova a sorridere ripensando a quel calore umano così autentico, sintetizzato nell’accoglienza sincera della parola Namaste, pronunciata a mani giunte e a capo chino. Un saluto che è anche una promessa, quella di un arrivederci a presto, lungo le strade infinite di questo meraviglioso continente dell’anima.