di Stefano Modena

 

L’Italia continua a macinare record turistici. Tra il 30 dicembre 2025 e il 7 gennaio 2026, il tasso medio di saturazione delle strutture ricettive ha raggiunto il 47,8%, con un incremento di 2,6 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un risultato che colloca il nostro Paese davanti a competitor storici come Spagna, Francia e Grecia. Numeri da “superpotenza turistica”, almeno sul piano dei volumi.

Eppure, dietro questa fotografia apparentemente trionfale, si nasconde una contraddizione strutturale che il settore continua a rimandare: l’Italia attira moltissimi turisti, ma trattiene poco valore economico.

 

MOLTE NOTTI, POCHI INCASSI: IL PARADOSSO ITALIANO

I dati parlano chiaro. A fronte di circa 234 milioni di notti di turisti internazionali, gli incassi complessivi del turismo italiano restano inferiori rispetto a quelli di Spagna e Francia. Non è un problema di attrattività, né di qualità dell’offerta. Il nodo è più profondo e meno visibile: la filiera tecnologica che governa prenotazioni, distribuzione, pricing e gestione dei dati.

Gran parte del valore generato dal turismo in Italia viene intercettato da piattaforme, software e sistemi digitali sviluppati e controllati fuori dall’Europa, in particolare negli Stati Uniti e in Asia. L’Italia fornisce la destinazione, l’esperienza, l’asset fisico; altri incassano commissioni, dati e controllo strategico.

 

OFFERTA FRAMMENTATA E DIPENDENZA DIGITALE

Il problema si amplifica in un contesto caratterizzato da offerta estremamente frammentata e da una bassa intensità digitale, soprattutto tra operatori indipendenti. Alberghi, strutture extra-alberghiere e DMC locali finiscono così per dipendere quasi totalmente da intermediari esteri per vendere, definire i prezzi, gestire il rapporto con il cliente e accedere ai dati.

Un numero è emblematico: in Italia circa il 70% delle prenotazioni passa da intermediari, con una quota del 42% in mano a Booking e del 28% alle altre OTA. Solo il 30% può essere considerato vendita diretta. Il risultato è una compressione dei margini, una perdita di controllo sulla relazione con il cliente e una scarsa capacità di innovare in modo autonomo.

A questo punto, una domanda è inevitabile: può un Paese definirsi leader turistico se non controlla la propria infrastruttura digitale?

TT2: RIPORTARE IL VALORE (E LA TECNOLOGIA) IN EUROPA

È proprio da questa criticità che nasce TT2 – Travel Tech 2, fondo di investimento internazionale con sedi in Italia, Spagna e Olanda, specializzato in TravelTech B2B e soluzioni SaaS. L’obiettivo è ambizioso ma chiaro: sostenere startup italiane ed europee in grado di sviluppare tecnologie concrete per la filiera del turismo, riducendo la dipendenza da soluzioni extraeuropee.

Secondo Leonardo Saroni, General Partner del fondo, la sfida non è quantitativa ma strutturale:
«La vera sfida non è aumentare i flussi, ma trattenere valore. Continuiamo a comportarci come fornitori di asset fisici, lasciando ad altri il controllo della tecnologia e quindi del valore».

Una posizione netta, che sposta il dibattito dal marketing territoriale alla politica industriale.

 

NON SOLO CAPITALE, MA ECOSISTEMA

TT2 adotta un approccio selettivo: investe esclusivamente in startup B2B, evitando modelli B2C ad alto consumo di marketing, e punta su tecnologie che incidano sui nodi chiave della filiera. L’intelligenza artificiale è vista come abilitatore trasversale, capace di migliorare efficienza operativa, automazione e gestione dei dati.

Ma il fondo insiste su un punto spesso sottovalutato: il capitale da solo non basta. Accesso al mercato, validazione industriale e relazioni strategiche sono altrettanto cruciali. L’ecosistema di TT2 coinvolge 85 investitori industriali in 15 Paesi, tra cui catene alberghiere, compagnie aeree e aziende tecnologiche, con l’obiettivo di accelerare concretamente l’adozione delle soluzioni sviluppate.

Qui il progetto appare solido. Resta però una questione aperta: il sistema turistico italiano è pronto ad adottare davvero queste tecnologie, o continuerà a rifugiarsi nella dipendenza dalle grandi piattaforme globali per comodità e mancanza di competenze?

 

UNA SFIDA CHE È PRIMA INDUSTRIALE, POI TURISTICA

Il turismo continuerà a crescere, spinto da domanda internazionale e attrattività naturale del Paese. Ma senza una filiera tecnologica europea forte, l’Italia rischia di restare una destinazione di successo e un attore marginale nella catena del valore globale.

La Legge di Bilancio 2026, con il supporto del Ministero del Turismo, introduce primi strumenti per rafforzare l’infrastruttura digitale nazionale. È un segnale importante, ma ancora insufficiente se non accompagnato da investimenti, competenze e una visione condivisa.

Come sottolinea Saroni, «investire in TravelTech significa difendere competitività, margini e occupazione qualificata. È una scelta industriale, prima ancora che finanziaria».

 

RECORD UTILI, MA NON SUFFICIENTI

I dati sulle presenze confermano che l’Italia non ha problemi di domanda. Il vero problema è cosa resta sul territorio una volta che il turista se ne va. Senza controllo tecnologico, senza dati, senza piattaforme proprie, il rischio è di continuare a celebrare record che arricchiscono altri.

TT2 apre una strada possibile. Non l’unica, e certamente non priva di ostacoli. Ma una cosa è ormai evidente: senza sovranità tecnologica, il turismo italiano resterà forte nei numeri e debole nel valore. E questo, nel lungo periodo, è un primato molto meno desiderabile.