Nove casi su una nave diventano ‘emergenza nazionale’ nei titoli dei giornali. l’analisi di una deriva mediatica che specula sul trauma post-Covid per monetizzare la nostra paura
Di Liliana Comandé
C’eravamo quasi cascati. Dopo anni di bollettini di guerra, mascherine e distanziamento, il sistema mediatico italiano sembra soffrire di una crisi d’astinenza da panico collettivo. E così, non appena un focolaio di Hantavirus – circoscritto, isolato e sotto controllo – appare all’orizzonte su una nave da crociera dall’altra parte del mondo, le redazioni dei grandi quotidiani online non hanno perso un secondo, hanno premuto il tasto “panico”.
La fabbrica dell’ansia, il fatturato della paura
Sia chiaro: l’Hantavirus Andes è una cosa seria, ma la narrazione che ne viene fatta è pura pornografia del terrore. Mentre l’OMS e il Ministero della Salute parlano di rischio “molto basso”, i titoli che rimbalzano sui media e sui social suggeriscono l’imminente fine del mondo. Perché? La risposta è cinica e numerica: il terrore vende.
Dopo il 2020, i media hanno capito che siamo una società con un disturbo da stress post-traumatico non curato. Usare parole come “isolamento”, “protocolli d’urgenza” o “focolaio” è come gettare benzina sul fuoco: garantisce un picco di clic o di ascolti, che si traduce in pubblicità, che si traduce in profitti. È un business che specula sulla salute mentale dei cittadini.
Semplificazione o malafede?
Il giornalismo scientifico in Italia è diventato un ossimoro. Per rendere la notizia “notiziabile”, si omettono i dettagli fondamentali. Si urla alla letalità del virus, ma si dimentica (volontariamente?) di spiegare che la trasmissione tra umani è un evento rarissimo che richiede contatti stretti e prolungati. Non è l’influenza, non è il Covid. Ma scrivere “Rischio nullo per la popolazione” non genera condivisioni. Scrivere “Allerta massima in Italia” per quattro persone asintomatiche sotto osservazione precauzionale, invece, scatena l’inferno.
L’effetto “al lupo, al lupo”
Questo terrorismo mediatico è pericoloso per due motivi:
Logora la credibilità delle istituzioni. Se gridiamo alla catastrofe per ogni raffreddore esotico, cosa succederà quando (e se) arriverà una minaccia reale? Nessuno ci crederà più.
Inquina il dibattito pubblico. L’infodemia — ovvero l’epidemia di informazioni distorte — è un virus molto più contagioso e letale dell’Hantavirus. Distrugge la capacità critica delle persone e alimenta il complottismo.
È ora di reagire
Dobbiamo smettere di essere consumatori passivi di questo “trash scientifico”. Se un titolo finisce con un punto interrogativo catastrofista o usa toni da apocalisse zombi, ignoratelo. Se leggete di un “allarme”, andate alla fonte primaria: il sito dell’Istituto Superiore di Sanità.
Il vero virus da cui dobbiamo proteggerci oggi non viaggia nell’aria, ma viaggia sulle fibre ottiche dei titoli sensazionalistici. È tempo di pretendere un giornalismo che informi, invece di uno che terrorizzi per qualche centesimo di euro in più di pubblicità.
La scienza ci insegna la prudenza; il giornalismo italiano, purtroppo, sembra conoscere solo lo sciacallaggio.