Diario di una trincea chiamata Agenzia. Vendere sogni in un clima di incubi creato dai media
Di Liliana Comandé
In un mondo ideale, l’agente di viaggio è un “venditore di sogni”. Ma oggi, tra titoli di giornale allarmistici e crisi energetiche globali, la realtà è ben diversa, ci siamo trasformati in ammortizzatori sociali del panico.
Apriamo la serranda, accendiamo il PC e, prima ancora di guardare le e-mail, facciamo i conti con l’ultimo titolo di giornale. Non è più solo il nostro lavoro, è una prova di resistenza psicologica.
Mentre i media cavalcano l’onda di quello che si può definire tranquillamente “terrorismo psicologico” e le notizie sulla carenza di carburante paralizzano l’iniziativa dei viaggiatori, chi sta dietro al bancone (reale o virtuale) si trova a gestire un carico emotivo e professionale senza precedenti.
Oggi fare l’agente di viaggio significa essere l’ultimo baluardo tra la voglia di normalità delle persone e un bombardamento mediatico che sembra remare costantemente contro. Spieghiamo ai clienti che il mondo non sta finendo, che i corridoi sono aperti, che la sicurezza è monitorata. Siamo diventati filtri umani contro un’ansia collettiva alimentata per fare click e audience.
La lotta contro la disinformazione
Il primo ostacolo non è la burocrazia, ma la percezione. Quando i titoli gridano all’apocalisse logistica, l’agente di viaggio deve passare ore non a preventivare, ma a “smontare” la paura.
Il paradosso? Oggi dobbiamo essere più informati di un analista geopolitico e più rassicuranti di uno psicologo, spesso per difendere un viaggio che il cliente vorrebbe fare, ma che i media gli dicono di temere.
Le notizie sulla carenza di carburante e i rincari non sono solo numeri su un preventivo, sono proiettili che colpiscono la fiducia dei nostri clienti.
Gestiamo la frustrazione di chi vede il prezzo cambiare in 24 ore.
Gestiamo la paura di chi teme di rimanere a terra.
E lo facciamo restando in equilibrio su un filo sottilissimo: tutelare il margine dell’agenzia, garantire il servizio e, soprattutto, non perdere la faccia davanti a un cliente che ci vede come gli unici responsabili di dinamiche macroeconomiche globali.
Siamo la spugna del settore
In questo momento, il nostro stato d’animo oscilla tra l’orgoglio di chi non molla e l’esaurimento di chi si sente un ammortizzatore sociale non pagato e senza tutele.
L’ombra del caro carburante
La questione carburante non è solo un rincaro economico; è un tarlo psicologico. Il potenziale viaggiatore non teme solo il sovrapprezzo, teme l’incertezza: “E se rimango a terra? E se il volo viene cancellato?”.
Questo clima costringe gli agenti a un lavoro di monitoraggio costante, trasformando ogni prenotazione in una scommessa sulla stabilità globale. La stanchezza non deriva solo dal lavoro fisico, ma dalla responsabilità di garantire certezze in un mare di variabili impazzite.
C’è un senso di solitudine che attraversa la categoria. Gli agenti di viaggio si sentono spesso l’ultima ruota del carro per le istituzioni, ma la prima linea per i clienti.
Se succede qualcosa, è colpa dell’agente. Se tutto va bene, è merito della fortuna.
Nonostante tutto, resta una passione viscerale. Ma è una passione che oggi viaggia con il freno a mano tirato, appesantita dal dover giustificare prezzi che aumentano e mondi che sembrano chiudersi.
Essere un agente di viaggio oggi non significa solo conoscere le rotte, ma avere il coraggio di vendere bellezza in un momento in cui la narrazione collettiva preferisce il disastro.
Proprio perché i media creano caos, la figura dell’agente diventa essenziale. Se tutto fosse facile, basterebbe un algoritmo. È proprio in questo clima di incertezza che il fattore umano, la competenza e la capacità di risolvere i problemi in tempo reale diventano l’unico vero valore aggiunto.
Le istituzioni, però, ci ignorano, i fornitori spesso latitano dietro call center infiniti, e noi restiamo qui, a metterci la faccia.
Siamo il parafulmine di tutti, assorbiamo le tensioni del passeggero, le inefficienze delle compagnie e il pessimismo dei media.
Non stiamo solo vendendo biglietti, soggiorni balneari o tour, stiamo difendendo il diritto delle persone a respirare, a staccare la spina, a non soccombere alla paura. Ma chi si occupa di rassicurare noi?
Restare in piedi nonostante tutto
Nonostante il fango mediatico e le incertezze energetiche, siamo ancora qui, sicuramente più stanchi, ma con la consapevolezza che, quando il rumore di fondo si spegnerà, la gente avrà ancora bisogno di qualcuno che sappia guardarla negli occhi e le dica: “tranquillo, ci penso io, il tuo viaggio è al sicuro”.
È questo che facciamo. È questo che siamo. Ed è ora che anche noi iniziamo a dircelo un po’ più spesso per resistere in questi tempi di incertezza.
la considerazione triste è che: mentre gli altri (gli stranieri all’estero) hanno già timbrato il passaporto per il domani, noi restiamo fermi al check-in delle nostre paure, sospesi tra il desiderio di partire e l’incapacità di decidere, ignorando che il mondo appartiene a chi lo prenota, non a chi si limita a guardarlo sulla mappa e a restare chiuso dentro quattro mura.